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La marcia di Renzi

Pd, serve un congresso vero

Fra i democratici c'è bisogno di un confronto vero su idee e programmi. Ne gioverebbe l'intero Paese

di Beppe Facchetti - 09 settembre 2013

Prima era un Congresso fantasma (si fa, non si fa, quando si fa?). Ora sembra un Congresso già fatto, inutile. Il PD non risparmia mai sorprese ed emozioni. Il bello é che lo Statuto del partito, un Congresso neanche lo prevede. Eppure di un Congresso vero, all"antica, fatto di confronti sulle idee e sui programmi, di votazioni, di ascolto reciproco, tutti i partiti avrebbero gran bisogno, non solo il Pd.

La parola é stata abolita dal lessico politico in nome del nuovismo, che classificava come rito inutile questo discutere, conoscere e deliberare, nell"era del bipolarismo muscolare, tutto immagine tv e personalizzazione, con la soluzione dei problemi interni delegata al capo e ad una classe dirigente cooptata, e mai in discussione, anche dopo cocenti sconfitte. Il metodo porcellum applicato all"interno dei partiti.

Il Pd, per la verità, uno sforzo serio lo ha fatto, con le primarie, ma a costo di dar i propri voti e far eleggere esponenti altrui a Milano, Genova, Napoli, Palermo. E, con le improvvisate parlamentarie di Natale, facendo credere almeno a 101 deputati e senatori di essere i portatori del verbo, visto che erano gli unici mini-eletti veri. Con le conseguenze che ben conosce Romano Prodi. Le primarie sono una festa democratica emozionante, ma far la fila ai gazebi, firmare due paginette, versare un obolo e andarsene, non é un dibattito politico, non é un Congresso.E ora che rottamati e rottamandi fanno a gara per saltare sul suo carro, il primo ad aver bisogno di un Congresso vero sarebbe proprio Renzi. Non può perdere questa occasione magica per trasformare le sue battute spesso illuminanti, sempre brillanti, in un progetto condiviso, in una politica modernamente di sinistra. Per ora solo Fabrizio Barca ha fatto questo sforzo, ma non lo hanno preso sul serio.

E tutto deve comunque cominciare con un"analisi mai fatta sui 15-20 anni di centrosinistra, non solo sulla grottesca sconfitta di Bersani, rispondendo a domande scomode ma centrali. Perché mai, in vent"anni, non c"é stato uno sfondamento al di fuori dei confini, conquistando almeno una parte dei milioni di elettori che ancora a febbraio hanno chiuso con Berlusconi? E perché, mentre la destra continua a descrivere il Pd come un comunismo riverniciato, al governo sono andati i "moderati", da Prodi a Letta, con l"unica eccezione di D"Alema, (ma per grazia di Cossiga)? É forse un maledizione quella che relega i cosiddetti ex Ds ad una esposizione esterna secondaria rispetto al peso interno effettivo, anche qualitativo? Squilibrio confermato dal paradosso secondo cui l"anti-Renzi dovrebbe essere Enrico Letta, suo gemello serioso e secchione, di simil carriera Dc. É un punto, questo, decisivo per Renzi, perché non é realistico pensare ad un ruolo subordinato di questa parte del Pd. La coperta corta lascerebbe al freddo una parte di elettorato pronto a saltare più a sinistra, indebolendo la governabilità del paese.

Perché comunque gli italiani non si fidano e hanno lasciato a piedi anche il miglior uomo di governo dell"intero arco politico, Pierluigi Bersani? Cosa fare, insomma, per diventare il partito della nazione, a vocazione maggioritaria, come intuito da Veltroni? É qui l"esame di maturitá di Renzi, che deve rispondere con un riformismo vero, necessariamente scomodo, e il popolo della sinistra deve trovare dentro di sé la generosità che lo contraddistingue, per condividere davvero una sfida molto pragmatica. Non però la sinistra cinica che umilia il proprio pluralismo lasciando andare con una scrollata i spalle i Veronesi perché troppo filonucleare, gli Ichino perché troppo innovativo, i Nicola Rossi e Zanone perché troppo liberali, i socialisti perché antichi nemici, i radicali perché troppo provocatori (regalando così a B. I referendum contro le leggi di B.) e osiamo dire persino i Del Turco perché troppo a priori "colpevole".

Una sinistra, soprattutto, che risolva il dilemma tra il suo destino di governo, come avviene (nell"alternanza, beninteso) in tutti i paesi più avanzati, e la sua pulsione ad essere antagonista, perché essere "contro" deriva da un dna antico. Guardando sempre con invidia alla prima fila dei cortei della protesta, anche quella no Tav, e pensare sotto sotto che anche Grillo é una sinistra da inseguire(mentre é solo la reincarnazione di un conservatorismo senza modernità).

Con certe sue battute fulminanti, tutto questo sembra ben presente in Renzi, ma non é ancora un progetto organico. Le convergenze su di lui, possono essere la controprova di una ambiguità che il Sindaco deve avere il coraggio di sparigliare. E una minoranza interna sarebbe il segno della salute, non della malattia. Ecco perché sarebbe necessario un Congresso: un luogo, non mille gazebi, un luogo in cui dirsi in faccia con franchezza tutta la verità. Il Paese, più ancora del Pd, ne ha bisogno, perché sarebbe davvero un disastro se oltre ad una destra che non sa vivere senza Berlusconi ci fosse una sinistra che sceglie in base ai sondaggi, come ha sempre fatto il cavaliere.

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