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Una sinistra al capolinea

PD: è l’inizio della fine

Il futuro è il big bang. Solo il disfacimento di un malsano progetto potrà cambiare le cose

di Paolo Arsena - 19 dicembre 2008

Il PD comincia a toccare con mano l"inizio della propria fine. Entra di fatto, come già tutta la sinistra, in un tunnel senza uscita. Non si tratta di un auspicio o di una scommessa, ma di una constatazione basata sui fatti.

Il PD è al tracollo elettorale. Le elezioni abruzzesi non sono affatto un episodio specifico, ma un chiaro sintomo esportabile in ogni angolo del Paese. I Democratici hanno perso quasi 14 punti a causa di uno scandalo giudiziario (ancora da chiarire, ma che si allarga a macchia d’olio in regione), e certamente della débacle è l’entità che può essere occasionale. Ma ci sono molteplici indicatori che amplificano con certezza il fenomeno di ripida discesa, su scala nazionale.

Anzitutto la stessa questione morale, che attraversa le amministrazioni guidate dal partito in Campania, Toscana, Basilicata, Calabria. Segno evidente che quando Veltroni parla di un partito nuovo in realtà parla di una cosa che non esiste, a cominciare dal suo leader (che nuovo non è) per finire alle protesi più periferiche. La gente se ne rende conto, e lo capiscono anche i militanti in buona fede, che lamentano continuamente vecchi metodi e una sorta di autodifesa nella classe dirigente esportata a tutti i livelli da Ds e Margherita.

Poi la questione politica. Un partito che non esprime una linea decisa su nessun argomento, non convince. Il PD non si definisce, non mostra un chiaro indirizzo, non solo programmatico, ma nemmeno in relazione all’avversario: ora dialogante, ora sulle barricate. Spesso a sproposito in entrambi i casi. Come si fa a mobilitare le masse contro una riformetta da poco che poteva mediamente danneggiare e migliorare qualcosina su un sistema scolastico e formativo rovinato in primis dalla stessa sinistra? Come si fa a gridare "al lupo al lupo" sul sacrosanto adeguamento dell"iva per Sky, quando il ben grave conflitto di interessi del Cavaliere sta altrove, e la sinistra non ha mai mosso un dito? E come si può pensare di dialogare sulla giustizia con chi è sceso in campo per distruggerla? Per non parlare poi degli inciuci ai danni del contribuente sul caso Alitalia. Il PD, le poche volte che si è esposto ha fatto cilecca.

Poi la questione strategica. Un partito che punta al 50% e che parte dal 33, non può permettersi il lusso di perdere nemmeno un punto. Eppure il PD tracolla. Il tracollo, in un contesto simile, non è una semplice batosta elettorale, sanabile con un recupero. E’ la fine di una strategia che, già avventata e altamente improbabile, diventa adesso oggettivamente impossibile.

Inutile dire che tutte queste cose le avevamo già annunciate da quando il processo costituente muoveva i primi passi, anni fa. Era ampiamente previsto che un partito fusione di due culture per oltre mezzo secolo tra loro alternative potesse sortire una politica confusa e contraddittoria o, in positivo, debolmente compromissoria. Era previsto che il bipolarismo nocesse al Paese, come era previsto che il bipartitismo fosse una chimera senza prospettiva alcuna. Veltroni ora non sa che pesci prendere. Vorrebbe un partito nuovo ma non ha né l’autorità, né la capacità, né gli strumenti per cambiarlo, perché azzerare una classe dirigente consolidata, che ha nello stesso Veltroni il suo culmine, è una sfida destinata a rimanere tale. Poi volere un partito nuovo significa aprirsi alla società, con forme lontane da quelle delle formazioni tradizionali. E questo modello, avulso dalla disciplina di partito e fondato su un generico nuovismo e giovanilismo che vuole attrarre tutto e il suo contrario, si presta a un vespaio di voci, assoli, acuti, cori e controcanti che tutto fa meno che delineare una condotta comune. Basti osservare il comportamento di alcuni rappresentanti di questo fantomatico “partito nuovo”: i Chiamparino, i Cacciari, i Soru e i tanti solisti in tredicesima che non perdono occasione per farsi sentire in totale autonomia. Si vuole dunque cambiare una cosa vecchia per sostituirla con una nuova i cui contorni paiono maggiormente confusi e insidiosi.

Questo insieme di cose ha reso debole lo stesso Veltroni, che è il punto focale del Pd, l"unico capace di catalizzare il consenso di una parte cospicua dell’elettorato (sia pure ben lontana dai suoi orizzonti numerici), insidiato dai suoi stessi errori e da molti sciacalli, pronti a succedergli in un’eterna lotta intestina tanto più logorante quanto più covata sottotraccia. Chiamparino, Epifani, la Finocchiaro, Bersani, D’Alema: tutti determinati, ciascuno a suo modo, a scalare il partito. Delle due l’una. O la leadership si consuma per sfinimento, o si consuma nel redde rationem congressuale. Certamente sarà ben difficile consolidarla, a fronte di questo spettacolo e di questi risultati.

Infine, il fattore Di Pietro. L’ex pm è ormai diventato un animale politico di grandissima capacità. Si muove sul terreno martoriato della sinistra parlando alle categorie di settore come ai ceti deboli, alla sinistra radicale come all’elettore moderato, alla pancia del Paese come a quello della concretezza. E riesce ad essere identificabile, coerente. Alfiere di un antiberlusconismo inossidabile ma al tempo stesso a tratti ragionevole col governo. Sempre nella chiarezza però, senza inciuci, senza criptici tatticismi. Di Pietro è la spina nel fianco, l’altra anomalia populista e personalistica che cresce in Italia all’ombra della sinistra e del fallimento piddino, che ne materializza tutti i limiti.

Sono tanti gli errori di Veltroni, cui vogliamo aggiungere, per impietoso cinismo, la gestione dilettantesca della commissione di vigilanza della Rai, che ha cagionato un meschino e indecoroso finale, attirando un"attenzione smodata su un classico e inutile gioco di spartizione del potere tra maggioranza e opposizione. Un Veltroni che, a fronte di una buona immagine e di un’altrettanto seducente dialettica, nasconde una sostanziale inadeguatezza (lo si ricordi alla segreteria dei Ds: questa sembra una replica in grande stile). Sebbene sia lo stesso Obama a doverci ancora dimostrare cosa significhi essere "Obama", possiamo certamente dire che il sedicente “Obama italiano” non lo è affatto, nemmeno dipinto. E il solo pensiero suscita ilarità.

A questo punto si potrebbe dire: ma cosa poteva fare di diverso, Veltroni? In fondo era giusto rompere coi massimalisti della sinistra.... Attenzione a non guardare il dito, si guardi la luna. La luna è la logica strategica, cioè la prospettiva bipolare e bipartitica. Il dito è la scelta delle alleanze. Veltroni avrebbe fatto benissimo a credere in un partito nuovo (pur con tutti i limiti strutturali evidenziati), a farlo crescere in solitario, rompendo con un modello di coalizione rovinoso. Avrebbe fatto benissimo, e lo avrebbe dovuto fare fino in fondo con estrema coerenza, solo però lavorando contestualmente ad un assetto multipolare, che potesse cioè garantire un futuro a questo progetto. Un simile progetto (di indubbia consistenza numerica, ma ovviamente lontano dall"essere maggioritario) poteva fondarsi solo su un sistema di nuove alleanze, cioè su una geografia politica rivoluzionata su tutti i fronti e tesa a sbloccare le polarità esistenti. Concepirlo in un contesto fortemente polarizzato, pensando di cannibalizzare interamente una sinistra impossibile da digerire, era è e sarà pura follia. L"aggravante è che tale sistema è stato voluto e rafforzato proprio dallo stesso Veltroni, in combutta con la controparte.

Oggi ne paga le conseguenze in tutti i sensi. Compresa la voglia di rivalsa covata dall"elettorato e dai partiti che ne hanno fatto le spese: dall"ampio mondo della sinistra radicale, ai socialisti, alle culture minori. L’accordo con Di Pietro è stato l’errore nell’errore. A suo modo predicando bene e razzolando male, il Pd ha scelto di attuare il suo principio esiziale con due pesi e due misure, salvando per spicciola ed effimera convenienza l’unico che avrebbe rischiato di farcela anche da solo, facendolo amico. Veltroni ha creduto di vincere le elezioni con l’aiuto del malpancismo dipietresco, mentre si è fermato a molto meno, e in più si è coltivato la serpe in seno. L’"amico", che stolto non è, ora ne approfitta.

Bene. Il futuro è il big bang. Ci attrezziamo per il grande momento e aspettiamo con ansia l’esplosione di questo grande partito del nulla. Se la classe dirigente del PD continua a non capire di aver condotto se stessa (e il popolo di sinistra, e il Paese intero) in un cul de sac che garantisce alla destra di Berlusconi un potere di lunghissima durata, il disfacimento di questo malsano progetto resta il modo migliore per cambiare le cose.

* portavoce del Forum per l’Unità dei Repubblicani

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