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Che il Giappone ci serva da lezione

Paura atomica

Prendiamo esempio da un Paese in cui sono state compiute scelte nell’interesse collettivo

di Davide Giacalone - 13 marzo 2011

In un Paese in cui il mare è piombato sulla terra, la terra s’è sollevata verso il cielo e il mondo è venuto giù, è ragionevole vi sia anche la “paura nucleare”. Quel che è meno ragionevole è che chi osserva da lontano, fortunatamente al sicuro, perda la scala dei disastri e smarrisca il buon senso, assieme alla capacità di guardare oggettivamente le cose. Nella zona più colpita, laddove le telecamere hanno registrato dal vivo quel che i film di fantaterrore non avevano immaginato, si trovano dieci centrali nucleari. Due (da quel che si sa) sono state gravemente danneggiate. In una s’è verificata un’esplosione. Ecco, se non fosse un tema che non consente spiritosaggini, direi che è andata benissimo.

La “paura nucleare” si nutre dell’invisibile. La diga sfondata ha portato via le vite umane che ha incontrato, trascinando via ogni cosa. La raffineria che ha preso fuoco ha liberato ogni tipo di veleni, illuminando la notte. Ma il nucleare è un capitolo a parte, perché le radiazioni si diffondono e uccidono, senza lasciarsi ritrarre. Sarà bene ricordare che ci troviamo in Giappone, ovvero nell’unico luogo ove due bombe atomiche sono esplose allo scopo di uccidere e distruggere, rilasciando radiazioni che hanno contaminato uomini e cose. Un Paese che ha ogni diritto di vivere la “paura nucleare”, eppure lo stesso in cui si trovano 55 centrali operative, 2 in costruzione e 11 in progettazione. La fonte nucleare fornisce più del 30% dell’energia elettrica giapponese, e si punta ad averne per almeno il 50%. Perché mai la “paura” attecchisce più altrove che qui? Perché in Giappone sono state compiute scelte razionali, nell’interesse collettivo, senza troppo lasciarsi distrarre dalla propaganda alimentata dai produttori e raffinatori di petrolio.

La centrale esplosa è quella di Fukushima 1, in servizio da quaranta anni. Un impianto che era vicino alla dismissione, ma ancora sicuro. Ogni paragone con Chernobyl è retto dall’ignoranza o dalla malafede: i sovietici impedivano ogni controllo e negavano ogni trasparenza, gestendo la centrale come peggio non si poteva, in Giappone, invece, il controllo internazionale è consentito e tutti abbiamo potuto vedere le immagini dell’esplosione. Il secondo è un disastro naturale, il primo è follia umana. Se c’è chi prende il coltello e ci si mutila gli arti, non per questo si proibiscono i coltelli.

Al momento non si è in grado di conoscere i danni ed i rischi reali. Sappiamo che i piani d’emergenza sono regolarmente scattati, nel mentre attorno succedeva il finimondo. La popolazione è stata allontanata, prima di dieci e poi di venti chilometri. A chi circola ai bordi dell’area si suggerisce di tappare il naso e la bocca, a chi ha una casa di restarci chiuso. Meglio non mangiare verdure e cibi freschi. Nella centrale c’è stata, prima dell’esplosione, una fuga di vapori. Alcuni operai sono stati feriti. Come si fa a non vedere che la scala di questo disastro è infinitamente inferiore a quel che stava succedendo tutt’intorno? Lo spettro rimane sullo sfondo: le radiazioni. E’ vero, naturalmente.

Come è vero che il sistema nucleare ha resistito al cataclisma meglio di ogni altra cosa. Come è vero che quelle centrali sono state costruite, in sicurezza, su un territorio terribilmente sismico. E che il Giappone è stato sfregiato non dal terremoto, con il quale convive, ma dallo tsunami, rispetto al quale si è del tutto impotenti (e basta guardare le immagini, per rendersi conto che nulla era possibile opporre alla furia del mare).

Prendere spunto da quel che è successo per rilanciare la campagna antinucleare in casa nostra non è neanche una speculazione deplorevole, ma direttamente una scemenza autolesionista: se quelle centrali si fossero trovate da noi e se fossero state colpite dal peggiore terremoto immaginabile in questa parte del mondo, non sarebbe successo assolutamente nulla. Altrettanto non possiamo dire di dighe, ponti, strade, case e via così elencando. Tutte cose cui nessuno, sano di mente, intende rinunciare.

Pubblicato da Il Tempo

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