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L'immobilità dei partiti

Patto sociale e consenso

Non conta avere ragione se non si seguono le regole della democrazia

di Davide Giacalone - 21 dicembre 2011

Prima di Babbo Natale avremo l’approvazione definitiva della manovra governativa, che stratassa gli italiani nel mentre lo spread vola alto e indisturbato, per i fatti suoi. Speriamo che entro la Befana alla politica torni la voglia d’esistere e ragionare. Venti anni di qualunquismo antistituzionale e antipartitico hanno indotto i più a scimmiottare quel linguaggio, ma ciò che si prepara dovrebbe mettere paura. Chi crede che si possano risolvere i problemi con una delega, magari al governo Monti, non solo ignora la storia, ma anche la realtà.

La nostra previsione iniziale si è dimostrata esatta: la sola esistenza del governo Monti spappola le coalizioni esistenti. Alla destra è successo subito, ma in modo quasi consensuale. La sinistra ha impiegato più tempo, ma le lacerazioni politiche e sindacali sono profonde. Quando lo prevedevamo ci rispondevano che Monti avrebbe avuto un vasto consenso parlamentare perché disponeva di un vastissimo consenso nel paese. Per quel che è vero (poco) lo deve alla sconfitta della politica. Il fatto è che delle due coalizioni diroccate nessuno sente la mancanza, ma conta la seconda parte del nostro ragionamento, quella più delicata: così andando ci ritroveremo, nella prossima legislatura, con un Parlamento ingovernabile. Che faremo, a quel punto, continueremo a far finta che al Quirinale ci sia il re di una monarchia assoluta? Lo riconfermiamo per paura del vuoto?

Ho letto le dure parole di Susanna Camusso, capo della Cgil, e credo meritino una riflessione attenta. Che il decreto governativo sarebbe stato una grandinata di tasse lo sapevamo fin dall’inizio, perché governare l’emergenza e dare soddisfazione ai diktat europei era la missione di Monti. Il governo poteva sbracare meno sul fronte liberalizzazioni, ma sarebbe cambiata l’estetica, non la sostanza. La parte che considero migliore, di quel decreto, è relativa alle pensioni, ove si è fatto quel che reclamiamo da anni. Lo stesso ministro che l’ha gestita, Elsa Fornero, si propone d’intervenire sulla legislazione del lavoro, fino ad abbattere il nocivo tabù dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Benissimo, ha ragione. Ma ha anche ragione Camusso quando protesta: questi chi ce li ha messi? chi li autorizza a cambiare il patto sociale su cui s’è retta l’Italia?

Io credo che quel patto vada cambiato, sostengo che il welfare non è una variabile indipendente, come non lo era il salario (e la Cgil lo ammise in gran ritardo), ma il rilievo della Camusso è pertinente: in ragione di quale forza politica, quindi di quale consenso ciò viene fatto? I giornaloni supponenti sostengono che il consenso è nei sondaggi, il che mi pare un feroce contrappasso! Quelle cose vanno fatte, ma prescindere dal consenso è operazione temeraria. I due grossi partiti sono ancora imbambolati, non riuscendo a capacitarsi di non contare nulla. L’unica cosa che riescono a fare è la più fessa del mondo: rimproverarsi a vicenda d’essere non sufficientemente e non entusiasticamente montiani.

Entrambe vedono negata la propria sostanza politica, ma ciascuno gode nel vedere l’altro soffrire. La gigantografia del vuoto mentale. Eppure il loro ruolo è imprescindibile, perché o questa legislatura si conclude dopo avere cambiato il sistema elettorale, oppure la prossima renderà la democrazia fragile come un grissino, perché la proiezione del consenso sarà illusoria e immobilizzante, assistendo al fiorire dei mille rifiuti. In quelle condizioni i Monti contano solo per i salottini dei viziati, per gli ignari del mondo e i dimentichi della storia. Passeranno ancora dalla Scala al San Carlo, cogliendo l’attimo per la foto da ministri, ma il sobbollire sociale libererà miasmi capaci di strappare loro gli abiti di dosso.

Le regole democratiche sono dure, vanno praticate con assiduità, comportano lavoro costante e il dolore della responsabilità. Avere ragione, in democrazia, quasi conta meno che il farsela dare. Dagli elettori. Nel nostro paese lo si capisce poco, anche perché abbiamo un capo della destra che cita le lettere di Mussolini all’amante, dimenticando la rivoluzione sociale del ventennio, e i capi della sinistra che attaccano la vita parlamentare con lo stesso linguaggio sprezzante del mascelluto. L’Aula era “sorda e grigia” prima che la definisse tale. Lui la chiuse. Si facciano due conti.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario