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Il “sì”: un danno gravissimo per la Repubblica

Pasticciaccio brutto della Lega

Ai ricatti di Umberto Bossi si è già ceduto anche troppo. Ora basta con il federalismo

di Fabio Fabbri - 22 giugno 2006

Domenica 25 giugno andrò al seggio per votare “no”. Se i cittadini non affosseranno con la loro disapprovazione quel pasticciaccio brutto che la Lega del Nord ha imposto alla coalizione di centro-destra, il danno per la Repubblica sarà gravissimo. Sugli aspetti di ingegneria istituzionale hanno svolto su queste colonne considerazioni appropriate gli amici Asmone e Voltattorni, mettendo a nudo i guasti che affliggerebbero l’Italia con la convalida dell’orrendo elaborato del senatore Calderoli, dentista di Bergamo. Non si poteva dire meglio. Mi limiterò dunque ad alcune riflessioni di ordine politico.
1.- Si deve dire “no” anzitutto per una fondamentale ragione di metodo. Non si manomette la Costituzione a colpi di maggioranza, specialmente quanto l’innovazione è così estesa ed invasiva. E mentre si condanna questo grave vulnus al principio secondo il quale le regole si scrivono insieme, si deve aggiungere, per dovere di coerenza, che il cattivo esempio lo ha dato per primo il centro-sinistra, quando nel 2001, artefice Franco Bassanini, ha riscritto, con la maggioranza di pochissimi voti, l’intero titolo V, quello relativo all’ordinamento regionale. Trovo francamente di cattivo gusto (che becco! Si dice dalle mie parti) mandare in TV proprio Bassanini come patrocinatore del “no”. Chi oggi esorta gli elettori a cancellare il monstrum partorito a Lorenzago dovrebbe promettere che si batterà per eliminare anche il mostriciattolo del 2001: basti pensare che quel rimaneggiamento, introducendo una vasta area di competenza concorrente fra Stato e Regioni, ha provocato una conflittualità che sommerge di ricorsi la Corte Costituzionale. E non è neppure vero, come sostiene il pur valente costituzionalista Manzella, che quello fu un peccato veniale, perché riguardava soltanto pochi articoli. Anche questa revisione è stata deleteria nei suoi contenuti ed ha comunque violato la regola intangibile secondo la quale la Costituzione, che è il patto di convivenza di tutti i cittadini, deve essere sottratta, come scrive giustamente Barbara Spinelli sulla Stampa, alle “peripezie della politica intesa come governo e come forza basata sui numeri”.
2.- Ma si deve votare “no” anche per soverchianti ragioni di merito: per liquidare definitivamente la cosiddetta devolution. E’ tempo di parlar chiaro. Il “federalismo” è una stupidaggine storico-politica e perfino concettuale. Aveva visto giusto Montanelli. Lo so, aborriva Berlusconi ma si dichiarava “di destra”. Non me ne importa niente. Si intendeva di storia e di politica. E faceva una constatazione lapalissiana. Gli Stati federali si sono formati e si formano, in tutto il mondo, unendo entità territoriali - politiche, etniche e culturali - originariamente divise e perfino in lotta. “E pluribus unum”, come si legge nello stemma degli Stati Uniti d’America, o come è accaduto con l’accorpamento dei cantoni svizzeri. Ma quando una Nazione si è forgiata nei secoli sospinta da un afflato unitario (“una d’arme, di lingua e d’altar”, cantava il poeta, lo ricordo senza timore di indulgere alla retorica) il suo smembramento è una follia, un’usurpazione, una bestemmia. Lo “spezzatino” scolastico e sanitario regionale causerà diseguaglianze irreparabili.
Ai ricatti di Umberto Bossi si è già ceduto anche troppo. Si è lisciato il pelo alla Lega, movimento reazionario e di subcultura localistica, definendola una costola della sinistra: in contrasto con il forte senso dell’unità nazionale che è un connotato storico del PCI, del Psi e del Pri: da Amendola a Nenni, da Pertini a Ugo La Malfa.
Il regionalismo rafforzato realizzato nel 1976 con il varo del decreto 616, frutto del lavoro della commissione bicamerale presieduta da Guido Fanti – di cui, giovanissimo senatore, sono stato membro - costituisce un approdo istituzionale del tutto soddisfacente. Semmai, c’è qualche motivo di ripensamento autocritico. Le Regioni spesso non hanno saputo esercitano adeguatamente tutti i vasti poteri di cui dispongono. Spesso la loro legislazione è mediocre. Sempre più numerose sono le sacche di mala gestione e di spreco; così come sono preoccupanti i rischi di neo-centralismo regionale, in danno dei Comuni e delle province.
3.- Bisogna, infine, votare “no” perché la Costituzione, figlia della Resistenza, è ancora la nostra “bibbia laica”, come ha detto Ciampi. Ha retto alle prove terribili della guerra fredda e del terrorismo. Ha consentito all’Italia, come era spesso sentenziava Spadolini, di conquistare traguardi di prestigio e di benessere che non aveva mai raggiunto nel corso della sua storia. Naturalmente, come tutte le creazioni dello spirito, non è immutabile. L’attuale bicameralismo perfetto è fonte di paralizzante lentezza nella produzione legislativa. Ma il difetto non si corregge con lo sgangherato Senato federale, che introduce in uno dei due rami del Parlamento l’elezione di secondo grado, buona per rallentare il rinnovamento della classe dirigente.
Respinto dunque l’assalto dei barbari, si deve aprire il cantiere della modernizzazione del nostro sistema politico, affidandone il compito ad una Assemblea o ad una “Convenzione Costituente”, con l’intesa che esse potranno legiferare solo con la maggioranza dei due terzi voluta dall’art. 138 della Carta in vigore. La prima riforma condivisa dovrà riguardare la legge elettorale, giacchè l’attuale bipolarismo bastardo è una delle cause dell’agonia delle seconda Repubblica. Le altre innovazioni debbono garantire stabilità ed efficacia all’azione di governo, al riparo dai rischi della “dittatura della maggioranza”. A ben vedere, erano questi gli obiettivi della grande Riforma delle istituzioni che Craxi propose negli anni ’80. Il tempo talora è galantuomo.

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