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Public Policy

Quel che manca è un progetto di cambiamento

Parliamo chiaro agli italiani

Senza riforme strutturali e profonde siamo condannati a pagare per impoverirci

di Davide Giacalone - 20 maggio 2010

Il calo delle tasse ce lo scordiamo. Lo avevamo capito, e lo avevamo anche scritto. Però, scusate, non raccontiamoci storielle. Non è corretto dare tutta la colpa alla crisi economica, che, naturalmente, pesa, ma pesano anche quindici anni di sviluppo trattenuto e rallentato, accompagnati da un debito pubblico che assorbe ricchezza pubblica. Se anche non ci fosse stato il tracollo finanziario dei mercati, se anche l’euro non fosse sotto attacco, comunque noi ci troveremmo a reggere il peso del debito, comunque dovremmo comprimerlo, visto che rischia di raggiungere il doppio di quel che i parametri europei impongono. Quindi, non giriamoci attorno, senza riforme strutturali e profonde, che incidano sul modello di welfare state e sulla spesa pubblica, noi siamo condannati a pagare per impoverirci. Con o senza la crisi.

I cittadini capiscono che non può scendere la pressione fiscale, non sono stupidi ed hanno più senso della realtà di gran parte della classe politica. Quel che manca, però, e che, invece, dovrebbe esserci, è un progetto di cambiamento, un’idea diversa di futuro, un’immagine credibile, e allettante, dell’Italia fra cinque, dieci o venti anni. Se andiamo avanti così ci teniamo due cose, che lasciamo in eredità ai figli: poca crescita e tanti debiti. Né, per favore, si venga a raccontare la favoletta triste della lotta all’evasione fiscale, ovvero una narrazione inutile che affascina solo i governi, di diverso colore. L’evasione, da noi, raggiunge all’incirca un quarto dell’economia reale. E’ un fenomeno endemico, per quanto infetto, per combattere il quale occorre determinazione e una forza politica che, se ci fossero, potrebbero utilmente essere impiegate per far funzionare la giustizia, la pubblica amministrazione, la scuola, il mercato del lavoro e quanto altro serve ad un Paese invecchiato e fiaccato.

Con questo non intendo certo dire che si debba tollerare l’evasione fiscale, ma che non ci crede nessuno a quel tipo di lotta, se non si cambia, nel profondo, il modo di concepire e governare il mercato, politica fiscale compresa. Si dirà: provvederemo con il federalismo fiscale. Ma, al momento, nessuno sa esattamente cosa sia, quali ne sono i contorni, quali i risultai che si possono ottenere. Dire che il compito di tassare deve passare a chi poi spende, quindi alle regioni, è giusto, ma posto che l’evasione è patologica al Sud, dove l’economia nera raggiunge caratteristiche da extraterritorialità, chi s’incarica di far digerire il suo riassorbimento? Perché, sia chiaro, questa è roba da intervento dell’esercito, mentre, al momento, è proprio dove l’evasione e la criminalità sono più alte che la giustizia, quindi lo Stato, da il peggio di sé.

A critiche come queste i governanti, di destra come di sinistra, di oggi come di ieri, rispondono: non è vero, stiamo facendo molte cose e molte altre le abbiamo in cantiere. Ma non basta, ammesso che sia vero, perché quel che manca, da tempo, è un progetto Paese credibile, il racconto pubblico di un avvenire desiderabile e delle tappe necessarie per raggiungerlo. C’è differenza fra il governare e l’amministrare, bene o male che lo si faccia, e la differenza consiste nel creare consenso attorno ad una speranza che non sia una chimera.

Gli italiani capiscono, e sanno tirare il carretto, anche in salita. Ma qualcuno deve dir loro cosa c’è in cima alla china, spiegare a cosa serve sudare, perché, altrimenti, diventa forte la tentazione di buttare giù quelli che si trovano a cassetta e pretendono di dare indicazioni. Non serve a nulla, lo sappiamo bene, ma è, almeno, una soddisfazione.

Pubblicato da Il Tempo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario