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Marzo 2006 = Maggio 1968? Un falso d’autore

Parigi: bilancio in rosso di fine mese

Tre motivi di debolezza delle contestazioni studentesche francesi. Attenzione però…

di Antonio Picasso - 04 aprile 2006

È evidente che sia un “falso d’autore”. Ma non per questo va gettato alle ortiche senza riflessione alcuna. Sono tre i livelli sui quali si deve reggere l’analisi per capire i fatti delle ultime settimane in Francia. Il primo riguarda l’evidente intenzione, da parte degli studenti parigini, di avere un loro ’68. La generazione universitaria del Terzo millennio vuole a tutti i costi il suo momento di gloria. Pretende di scendere in piazza come fecero i suoi padri. Tuttavia così, a ripetere la storia altro non si fa che scimmiottarla. E infatti, oltre i disordini, di rivoluzionario questo “marzo 2006” poco ha avuto di che spartire con il più celebre e influente “maggio 1968”. È vero che è presto per dirlo, che dei fatti di allora se ne percepì la portata solo più tardi e che oggi si dovrebbe attendere il trascorrere di mesi, al fine di far decantare l’accaduto.
Tuttavia – e qui si arriva al secondo passaggio del ragionamento – facendo luce sull’oggetto in questione, si capisce che i giovani sono scesi in piazza perché contrari a una riforma, ma sprovvisti di una proposta alternativa. Arma, quest’ultima, ben in dotazione ai sessantottini. Allora i giovani pretendevano il radicale cambiamento della cultura e della struttura sociale europea. Oggi chi manifesta – dai collettivi studenteschi ai sindacati – lo fa perché le conquiste del passato, raggiunte e ottenute soprattutto a chi manifestò nel 1968, risultano intoccabili, immodificabili e, di conseguenza, dogmatiche. Al Cpe del governo Villepin si contesta la formazione di una fascia di lavoratori che precariamente fa il suo ingresso nel mondo del lavoro. È l’insicurezza quella che i giovani francesi non accettano. È la variabile di rischio che mette in discussione il posto fisso che non va bene. Tuttavia, così facendo, si contestano i principi liberale e liberista ispiratori del mercato del lavoro e, più in generale, del processo di integrazione europea. Non solo. Perché non è in nome di un welfare alternativo che si manifesta, bensì per la difesa di interessi particolaristici.
Sembrerà paradossale, ma se nel ’68 progressista era chi scendeva in piazza per contrastare una società borghese che aveva fatto il suo tempo, oggi gli eredi di quei manifestanti non hanno nulla a che fare con il progressismo e con l’evoluzionismo sociale. Sindacati e rappresentanti degli studenti hanno assunto le vesti di una sinistra conservatrice, tenacemente arroccata sulla posizione di difesa di interessi di una classe che si è ridotta a una minoranza. Sono forze che non accettano i cambiamenti imposti dalla globalizzazione. E rifiutano di adeguarsi al quello che banalmente si chiama cambiamento dei tempi.
Infine il terzo punto. La Francia è sempre stata un campanello d’allarme. È a Parigi che si sono sempre accesi i focolai delle rivoluzioni, per poi propagare fiamme e calore nel resto d’Europa. Alla Francia piace contestare. E quando lo fa, il Vecchio continente la segue a ruota.
Ora però, è necessario capire il motivo di questo nuovo e finto ’68. Alcuni segni premonitori li abbiamo avuti già nel corso del 2005. Il “no” alla Carta costituzionale europea di Francia e Olanda, il disastroso semestre della presidenza britannica dell’Ue, ma anche le rivolte delle banlieu. Tutti questi sono sintomi che la crisi dell’Europa è più che evidente. E ad essi si somma, inoltre, quel rigurgito di protezionismo economico che mina la base ideologica del libero mercato interno all’Unione.
C’è da chiedersi, a questo punto, se chi di dovere – vale a dire tutta la classe politica nel complesso comunitario – abbia capito. Se sia in grado di cogliere i tanti ed espliciti messaggi. Stando a quanto indolentemente sta reagendo, si possono avere due risposte. O che non ha percepito lo stato di crisi dell’Ue, di cui è la stessa Bruxelles, insieme alle singole capitali, a essere responsabile, oppure – eventualità ben peggiore – che non sa reagire. Perché sottomessa agli interessi di chi non vuole una riaffermazione dell’Europa in chiave mondiale, e poi perché debole e inadeguata a svincolarsi proprio da quelle forze che del progressismo e del riformismo fanno solo un motivo di vanto e un messaggio di discussione. Sia in Francia a un anno dalle presidenziali, sia qui in Italia a pochi giorni dalle elezioni.

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