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Il fisco e i furbi

Palombari fiscali

I bau-bau fiscali fanno paura solo alle persone per bene. Serve una sana rivoluzione fiscale, figlia di tagli alla spesa pubblica e abbattimento del debito.

di Davide Giacalone - 26 luglio 2013

Gli evasori fiscali sono i salvatori dei governi che non riescono a governare: nel momento del bisogno è sufficiente scagliarsi contro di loro, dipingerli come disonesti affamatori del popolo, promettere di sterminarli e dirigersi felici verso la pausa pranzo. Trattare l’evasione fiscale senza inforcare gli occhiali colorati del moralismo, del resto, espone a un rischio scontato: essere additati quali complici e affiliati alla setta dei sottrattori di gettito. Pagliacciate tristi, veniamo ai fatti: ieri Confcommercio ha diffuso dati non inattesi e non clamorosi, ma pur sempre drammatici. La domanda è: visto che siamo il Paese europeo con la più alta pressione fiscale reale e la più alta evasione, che ci sia un nesso, fra le due cose? Il conformismo fiscale lo considera alla stregua di una bestemmia, a me pare evidente.

Confcommercio quantifica l’evasione: 272 miliardi l’anno di gettito mancante. Questa cifra, assai consistente, fa sbavare governanti ed esattori: riprendiamoci quei soldi. Ma non ci riescono. Non ci riuscirono. Non ci riusciranno. Trovo più interessante la seconda quantificazione di Confcommercio, dalla quale deriva la prima: l’economia sommersa equivale al 17,4% del prodotto interno lordo. Mettiamo che i calcoli siano esatti, ciò significa che se quella succosa fetta di ricchezza emergesse noi ci troveremmo con un debito pubblico (in percentuale sul pil) enormemente più basso, con un deficit già al di sotto dei paesi con cui ci confrontiamo, quindi con un bilancio pubblico in buona salute e patrimoni privati al di sopra della media europea. Potremmo far le boccacce ai tedeschi. Ma è vero? No.

Non lo è perché a comporre quella quota di mercato sommerso ci sono i sottomarini dell’evasione altolocata, ben difficilmente coartabili alla riemersione, ma anche i palombari dei mercati rionali e di contrada. Questi ultimi crepano, se gli strozzi il tubo dell’aria. Riemergono cadaveri, facendo così diminuire la ricchezza nazionale reale. Ciò perché la guerra fiscale ai ricchi comporta la difficoltà di superare collaudati e internazionalizzati sistemi anti-missile, mentre i poveri si difendono con le padelle ed è piuttosto facile sgominarli. Stefano Fassina ha riconosciuto ieri quel che qui ripetiamo da tempo: una parte consistente dell’evasione è finalizzata alla sussistenza. E’ difensiva, non offensiva. Nell’immaginario collettivo gli evasori sono tutti ricchi e lestofanti, nella realtà sono in gran parte normali e circolanti per ogni dove. Nella realtà c’è ciascuno di noi, arrivando a grandi cifre in virtù della matematica di Totò: è la somma che fa il totale.

Per queste ragioni credo che Enrico Letta abbia ragione ad annunciare (e aridaje con gli annunci) che ogni centesimo recuperato dall’evasione fiscale dovrà essere retrocesso in riduzione della pressione totale, ma faccio fatica a credergli, specie dono avere sentito l’altra sua affermazione: paghiamo troppe tasse perché in troppi non le pagano. Falso, gentile presidente. Falso: paghiamo troppe tasse perché abbiamo una spesa pubblica fuori controllo, capace di superare la metà del pil, e un debito pubblico che non viene abbattuto mediante dismissioni. Se continuate a confondere le cause con gli effetti è ovvio che non retrocederete mai nulla: a. perché nulla recupererete (fa quasi ridere, ma la più fruttuosa lotta all’evasione la fece il governo Berlusconi, usando metodi di cui, giustamente, si vergogna); b. perché se qualche tallero vi cade in tasca ce l’avete bucate, quindi lo perdete prima di toccarlo.

Posto che, secondo Confcommercio, la pressione fiscale reale è giunta al 54% del pil, e posto che quella reale sui produttori di ricchezza (compresa la pressione previdenziale) supera alla grande il 60, in tutti questi dati si nasconde un’opportunità: proviamo non a sterminare, ma a valorizzare quel 17,4 di economia sommersa. Ma si deve fare il contrario di quel che pensa Letta: non abbassare le tasse dopo avere strangolato le galline, ma abbassiamole per spingerle a pigolare gioiose e produttive. Accanirsi contro i palombari costa più di quel che rende e produce rivolte popolari. Ai sommergibili va segnalata la convenienza, più convincente della minaccia. Non mi impressiona affatto che Dolce & Gabbana abbiano una società lussemburghese (cosa del tutto lecita), m’inorridisce che nessun olandese ne abbia una in Basilicata.

I bau-bau fiscali fanno paura solo alle persone per bene, palombari compresi, inducendole a maggiore prudenza, quindi aggravando il precipitare dei consumi. Il moralismo fiscale serve solo ad alimentare la rabbia sociale e il desiderio di confusa vendetta. Mentre una sana rivoluzione fiscale, figlia di tagli alla spesa pubblica e abbattimento del debito, fa schizzare il pil. L’ultima volta che lo abbiamo fatto superammo gli inglesi. L’alternativa è tassazione&recessione, la cui follia già paghiamo.

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