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Public Policy

Serpeggia una fretta preoccupante

Pacificazione e mistificazione

Dire "ora basta" non serve a niente, perché per anni si trascineranno recriminazioni

di Davide Giacalone - 15 novembre 2011

Va di moda l’appello alla pacificazione, la condanna della faziosità, la speranza che si possa recuperare un minimo di concordia nazionale e lealtà istituzionale. Tutto molto giusto e bello, a patto che sia sincero. E se è sincero costa, ha un prezzo politico, richiede il rispetto dei fatti. Non mi preoccupano le piazze che hanno festeggiato delle dimissioni (non potendo festeggiare una vittoria), semmai si preoccupino loro, residuati fossili del berlusconismo. M’insospettisce la fretta con cui si vuol procedere alla sutura delle ferite, specie se richiesta da quanti le hanno provocate. Danno l’impressione di voler far dimenticare i loro errori, e non si può.

Leggo quanti, oggi, sostengono che, pur essendo la caduta del governo Berlusconi una buona cosa, si deve riconoscere che il suo non fu un regime, così come non è mai stata sequestrata la democrazia. Non funziona, perché è solo l’ennesimo tentativo, eternamente ricorrente, nella nostra storia nazionale, di coprire con l’oblio le proprie insufficienze culturali e politiche. Ci vuole coraggio e lucidità, per metterseli alle spalle. L’ultimo che provò a offrire l’occasione della pacificazione nazionale fu Francesco Cossiga, che rivendicò a sé la storia e l’onore di Gladio, vale a dire dell’organizzazione segreta, coordinata in ambito Nato, destinata a contrastare un’eventuale invasione comunista, e lo fece nel mentre riconosceva alle analoghe organizzazioni segrete comuniste, come anche ai terroristi, d’essere anch’essi i militi di una guerra oramai finita. Cossiga ci aggiunse un sovrappiù di colore e passione, ma il suo ragionamento era corretto: finita la guerra fredda deponiamo le armi e pensiamo al futuro senza dovere barare sul passato. Gli risposero dandogli del criminale e del pazzo, chiedendone la destituzione, rifiutando ogni possibile verità, benché evidentissima. E siccome la politica ha una sua intrinseca morale, tessuta di coraggio e coerenza, i comunisti che rifiutarono quella pacificazione si condannarono all’umiliazione perpetua, costretti a negare sé medesimi, a negare d’essere mai stati quel che erano, a nascondersi dietro le sottane dei democristiani e a rinunciare all’ipotesi di costruire una sana e vera sinistra democratica, capace, da sola, di chiedere i voti per governare. La storia non fa sconti e gli errori si pagano.

Torniamo all’oggi. Fa piacere vedere che diviene pane comune quel che ieri era il pasto di pochi. Quando ricordavamo che il centro destra di Silvio Berlusconi ha costantemente preso la maggioranza relativa dei voti, ha vinto tre elezioni politiche, ed è anche stato il governo europeo più a lungo amato dai propri elettori (vinse anche le elezioni regionali del 2010, quando francesi e tedeschi voltavano le spalle ai loro governanti), sebbene puntassimo il dito verso errori e insufficienze della maggioranza ci sentivamo dare dei servi, per il solo fatto che ci rifiutavamo (e mi rifiuto) di assegnare a uno il ruolo del male. Ora non basta riconoscere l’ovvio, vale a dire che è stato ed è l’espressione di una reale volontà popolare, senza trucco e senza inganno, perché deve farsi seguire quel che noi abbiamo costantemente denunciato: l’uso illegittimo dell’arma giudiziaria, la falsificazione storica delle vicende italiane, a cominciare (lo sottolineo con forza estrema) da quelle di mafia (il favore alla mafia lo fecero Scalfaro, Ciampi e Conso), la costante alimentazione dell’odio reciproco. Dire “ora basta” non serve a niente, perché le recriminazioni si trascineranno negli anni. Ci vuole molto di più, serve l’onestà del disarmo bilaterale. Dite che ci stiamo arrivando? A me non pare, affatto. Vedo il contrario, come all’epoca di Cossiga: la pretesa di seppellire nel passato le ragioni delle vittorie altrui, in modo da non dovere fare i conti, nel futuro, con i torti propri. E non parlo solo delle forze politiche, sempre meno dotate di spessore intellettuale, ma anche di cultura, belle firme dei pezzi sempre uguali, benpensanti da diporto, luogocomunisti della domenica, replicanti del conformismo, copisti del banale. Tutta gente che spera di poter dire: avevamo ragione, ma facciamola finita. No, carini, avevate torto.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario