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Il discorso del presidente della Repubblica

Ortottero presidenziale

Lo spettro di Grillo continua a volteggiare sopra la testa dei partiti

di Davide Giacalone - 26 aprile 2012

Quello che s’è visto a Pesaro è un Giorgio Napolitano con un ingombrante Grillo per la testa. In quella piazza non si sono sentiti toni e visti gesti da compassata incarnazione delle istituzioni, ma passione e foga di chi ancora gioca una partita politica. E, del resto, non poteva essere diversamente, visto che per sollecitare il legislatore a fare questa o quella riforma la Costituzione prevede che il presidente della Repubblica usi il potere d’inviare messaggi alla Camere, non di convocare comizi, sebbene celebrativi, così come per escludere l’ipotesi di elezioni anticipate basta che taccia e in tal senso muova i presidenti di Camera e Senato, visto che solo a lui è riconosciuto il potere di scioglimento. Ma la Costituzione c’entra poco e nulla, in quel che è successo ieri. E questa è già una notizia. Leggendo le parole del presidente sono rimasto perplesso: “non dare fiato alla cieca sfiducia contro i partiti e a qualche demagogo di turno”. Le condivido. Difendevo il ruolo dei partiti politici anche quando lui, presidente della Camera, non diede lettura di una lettera che un parlamentare aveva inviato, sperando che il proprio suicidio servisse a far ponderare quelle parole. Ma l’inquilino del Colle è garante delle libertà democratiche, fra le quali è ricompreso anche il diritto dei demagoghi a parlare.

La freudiana rivelazione l’ho trovata nel fatto che Napolitano si sia scagliato contro “L’uomo qualunque”, che chiuse la sua breve stagione nel lontano 1948 (nel 1946, però, ottenne, democraticamente, l’elezione di trenta costituenti, ovvero di quei Padri talora acriticamente osannati, talaltra eccessivamente oltraggiati). Lo ha fatto senza neanche nominare Guglielmo Giannini (partenopeo anch’egli) e attribuendogli un ruolo di teorico del’antipartitismo, il che è fin troppo generoso, perché quel posto spetta, semmai, a Giuseppe Maranini, che condannò, nel 1949, una democrazia che gli sembra essere di già “partitocrazia” (e non aveva tutti i torti, anche se ne aveva diversi). Strano che un professionista come Napolitano commetta di questi errori. Infatti, stava parlando di Beppe Grillo. Non lo voleva nominare, ma lo voleva indebolire, lanciando l’anatema presidenziale. Di Grillo ho già qui detto quel che penso, ma non è questo il punto, perché la democrazia consiste nel pluralismo delle opinioni, quindi nell’accettare che siano legittime (ove non criminali) anche quelle che non si condividono. Quelle di Grillo, però, possono essere insidiose, come ha dimostrato lo stesso Napolitano, pochi minuti dopo. Infatti, dopo avere rivendicato (giustamente) il ruolo democratico dei partiti, ha chiamato l’applauso (suvvia, è quel che ha fatto, con gran mestiere) proprio condannandone il “marcio” e scagliandosi contro un sistema elettorale che porta in Parlamento i “nominati”. Ecco, considerato che lo stesso Napolitano, all’epoca del mattarellum, era candidato nella parte del listino scelto e protetto dalla segreteria del partito e non sottoposto alle preferenze popolari, al punto da restare fuori dal Parlamento, nel 1996, a causa di un effetto bizzarro di quella legge, il succo del discorso potrebbe così sintetizzarsi: la critica ai partiti la faccio io, accidenti, ma altri non devono approfittarne. E passi che a tale esercizio ci si dedichi ciucciando via i voti a destra, ma non è accettabile che si vada a pescare nel serbatoio della sinistra. Eccolo il Grillo, non nel senso di ortottero, che gli frinisce nelle orecchie.

Tale impuntatura ha un senso tutto politico proprio perché è il Colle a trattenere il Partito Democratico dall’interpretare fino in fondo il suo ruolo di ex opposizione, per giunta precipitandolo nell’assurdo di richiamarsi alla vittoria di Hollande e, contemporaneamente, appoggiare il governo italiano che si è allineato a quel che il socialista francese vuol abbattere, sicché tocca al Colle proteggerlo dall’erosione di voti, anche verso sponde demagogiche, che quella contraddizione favorisce. Queste considerazioni non le troverete, oggi, sui giornali per benino, non usciranno dalla bocca dei commentatori a modino, sicché tocca ai discolacci metterle nero su bianco. La regola è: no, sul Quirinale non si può. Poi, negli studi televisivi, aspettano la pausa pubblicità per dirsi, ridacchiando, che se il Colle non la smette di bloccare il Pd e di giocare in prima persona va a finire male. Chi, come me, è cresciuto nel rispetto delle istituzioni repubblicane, vedendo il sovvertimento continuo dell’architettura costituzionale, sentendo un presidente del Consiglio che invita alla concordia come in quel 25 aprile 1945 (quando c’era la guerra civile!), avverte la necessità di anteporre la sostanza al galateo. Altrimenti va a finire che il grillismo se lo meritano.

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