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La legge di Stabilità al varo dell'Europa

Orgoglio italiano. E giù schiaffi

Agenzie di rating e Olli Rehn, ammettere che hanno ragione e iniziare a riformare

di Enrico Cisnetto - 06 dicembre 2013

L’orgoglio italico, di solito moscio, si rianima solo in occasione di schiaffi che ci vengono assestati. È capitato per il giudizio di Standard & Poor’s su Generali, per il quale si è persino parlato di “complotto”, ed è capitato in questi giorni dopo che il commissario europeo per gli affari economici e monetari, il finlandese Olli Rehn, si era permesso di dirsi “scettico” sulle misure contenute nella legge di stabilità circa privatizzazioni e spending review e preoccupato perché l’Italia non sta facendo ciò che deve in materia di abbattimento del debito. Si tratta di reazioni comprensibili, per molti versi inevitabili e sotto certi aspetti anche fondate. Ma viziate da una questione decisiva per l’Italia: la mancanza di credibilità. Prendiamo la vicenda del rating di Generali: è certo che la pagella compilata da S&P è immotivata, ma è sbagliato parlare di congiura. Primo perché è l’intero sistema del rating ad essere privo di fondamento e credibilità. Secondo perché l’uso che si fa dei giudizi delle sorelle del rating è sempre strumentale, piegato agli interessi in gioco. Non so dire se, nel caso specifico, gli interessi siano quelli delle compagnie concorrenti, europee e non, o piuttosto quelli relativi al sistema paese, cioè gli stessi già all’opera sul debito sovrano. Ma sono interessi, che come tutti gli interessi del mondo usano le armi che sono a disposizione. Se noi non le usiamo, peggio per noi. È come la questione dello spread: inutile gridare alla cospirazione, siamo noi che abbiamo prestato il fianco a interessi che, inevitabilmente nella competizione internazionale, ci sono avversi.

Stesso discorso vale per il commissario Rehn: sbagliato lamentarsene piagnucolando come i ragazzini che sono stati picchiati dai compagni di giochi. Il finlandese, al di là che è in campagna elettorale per portare via la poltrona a Barroso e in questo senso il ruolo che deve recitare è quello del super-rigorista, ha detto cose vere in nome di un obiettivo (almeno parzialmente) sbagliato. Non è forse vero che non abbiamo fatto nulla, né dal lato del numeratore (il debito) né tantomeno da quello del denominatore (il pil), per ridurre il rapporto tra lo stock di debito pubblico e la ricchezza prodotta? E non è forse vero che, nonostante i sacrifici fatti, il raggiungimento dell’obiettivo del 3% nel rapporto deficit-pil è ancora precario e che il recupero di risorse da dismissioni e tagli di spesa è da prendere con le molle, non fosse altro alla luce dell’esperienza passata? Perché offendersi? Altro sarebbe, invece, se avessimo detto a Rehn, ma ancor prima alla Merkel e a tutti coloro che sostengono l’idea che l’Europa possa uscire dall’angolo in cui l’hanno messa gli effetti della grande crisi finanziaria mondiale con le politiche di austerità: cari rigoristi, noi non ci stiamo. Se avessimo sbandierato i documenti del Fondo Monetario (ma per farlo prima averli letti e, soprattutto, capiti) in cui si dimostra come il moltiplicatore recessivo delle politiche di finanza pubblica contenitive sia stato non solo molto più alto del previsto, ma soprattutto abbia inciso negativamente sul denominatore di quelle frazioni in modo ben superiore al modo vantaggioso con cui hanno inciso sui numeratori (deficit e debito), forse avremmo avuto ragioni da opporre. Ma se invece rivendichiamo una coerenza che non abbiamo avuto per anni e che poi abbiamo usato in modo un po’ indiscriminato e comunque ancora limitato, rischiamo di cadere nel ridicolo e rafforziamo il consenso di chi, potendosi presentare – legittimamente – come formica ci indica al pubblico disprezzo come cicale dissipatrici.

Invece, l’Italia deve scegliere una strada tutta diversa. E può ancora farlo, se smette di fracassarsi tafazzianamente i testicoli nelle dinamiche politiche nazionali e si proietta in Europa con un atteggiamento che non sia né quello fin qui adottato della sostanziale acquiescenza ai più forti né quello che molti auspicano del mandare tutti e tutto, euro compreso, a quel paese. Il governo delle intese che si sono ristrette ma vorrebbero essere più solide, ambisce ad avere almeno 18 mesi davanti a sé? Bene, allora chiuda al più presto la pratica di questa inutile (nel senso di congiunturale) legge di stabilità, e si metta a lavorare su un piano di valorizzazione del patrimonio pubblico (tutto e tutto insieme) cui chiamare a concorrere anche il patrimonio privato che abbia il doppio obiettivo di abbattere l’indebitamento sotto la quota del 100% e fare sviluppo, sia schedulando un po’ di investimenti strategici sia riducendo il carico fiscale su imprese e lavoro. Se poi si riesce anche ad accompagnare questo piano con un paio di riforme strutturali, tanto di guadagnato. È la ricetta giusta per l’Italia ma anche per l’Europa: tolleranza sul deficit – in una fase di recessione o anche solo di stagnazione il tetto del 3% è anacronistico – e interventi forti ma non recessivi sul debito. Vogliamo finalmente tirar fuori gli attributi, anziché fracassarceli o farceli fracassare, e provarci?

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