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Anche il club della "tripla A" è in pericolo?

Ora tocca alla Francia

Reazioni a catena sui titoli di stato di altri paesi europei

di Enrico Cisnetto - 18 novembre 2011

Lo spread francese oltre i 200 punti è la prova provata che il complotto contro l’Italia, e in particolare nei confronti di Silvio Berlusconi, che è stato evocato, non ultimo da Il Foglio, non esiste e non è mai esistito. Se sussistesse, quel Sarkozy che con la signora Merkel è stato indicato come il mandante dell’aggressione finanziaria contro di noi, oggi non sarebbe vittima dello stesso meccanismo di mercato di cui siamo stati vittime noi. Prevengo l’obiezione che dice: ma noi abbiamo detto che Francia e Germania hanno deciso di scaricare sull’Italia la responsabilità e le conseguenze dell’attacco speculativo contro l’euro. Vero. Ma questo, in mancanza degli Stati Uniti d’Europa e quindi di un governo federale che vada oltre l’orizzonte degli interessi nazionali, fa parte di una normale dinamica dei rapporti di forza (tema che dovrebbe essere familiare a chi spesso ricorda, giustamente, come la politica sia un maschio scontro di interessi e di potere). Peggio per noi se nell’euroclub siamo deboli e vulnerabili, peggio per noi se siamo arrivati alla crisi della moneta unica con sulle spalle il fardello di una crisi tutta italiana – di cui portiamo la responsabilità solo noi, equamente divisa tra ceto politico, classe dirigente e società civile – che si è sommata alla prima determinando le condizioni perché i mercati ci prendessero di mira. La verità è che le stesse enormi masse di denaro che nel mondo avevano puntato sugli immobili e sulla finanza derivata, determinando quelle bolle speculative che sono cominciate a scoppiare da luglio 2007 in poi, dall’inizio del 2010 hanno deciso di cercare alti margini di guadagno scommettendo sulla crisi dell’euro. Non si tratta di un complotto, e neppure di un disegno: è solo la logica constatazione che le tare genetiche della moneta unica, rimaste nascoste nei suoi primi anni di vita, sarebbero diventate contraddizioni pronte ad esplodere per effetto del fatto che l’Europa per affrontare la crisi finanziaria mondiale aveva dovuto accrescere enormemente il livello dei debiti pubblici, esponendo così i propri titoli sovrani al pericolo di rimborsi sempre più onerosi e faticosi.

Così la speculazione ha attaccato per primi i pesi più piccoli e maggiormente esposti – Grecia, Irlanda e Portogallo – poi è puntualmente passata, come era facile prevedere, ai due paesi più grandi che, per motivi diversi, erano vulnerabili: Spagna e Italia. La Spagna ha risposto alzando bandiera bianca: Zapatero ha convocato le elezioni annunciando che non vi avrebbe concorso, e ha concordato con l’opposizione prossima a vincerle una modifica bipartisan della Costituzione che obbliga al pareggio di bilancio. E tanto è bastato a risparmiarla. L’Italia, invece, già in preda ad una crisi politica che non trovava sbocco perché segnava il default del regime politico chiamato Seconda Repubblica, ha prima negato l’esistenza del problema – “figuriamoci se la sigla Piigs si scrive con due i” – poi l’ha sottovalutato ridimensionandolo, infine gli è scoppiato in faccia. Non certo per un malevolo disegno di “Merkozy”, ma per la prevedibilissima (e, per esempio, dal sottoscritto detta e ridetta mille volte) logica degli investitori. I quali sono stati incoraggiati ad andare avanti nella loro strategia speculativa, questo sì, da Francia e Germania, che ritenendosi estranee agli attacchi e non avendo in testa una way-out credibile per l’euro, hanno messo in mostra tutta la fragilità dell’eurosistema, cincischiando su un salvataggio, quello della Grecia, che avrebbe potuto (e dovuto) essere realizzato in un attimo e con un dispendio di risorse enormemente più basso di quello che ci sta costando ora. Una miopia – perché di questo si tratta – che ora viene punita con l’attacco che la speculazione ha osato portare a uno dei due pilastri da tripla A della Ue, quello che con l’85,4% di debito e il 5,7% di deficit sul pil è peggio messa.

Ecco dunque quella che si profila come la penultima mossa della speculazione: portare la Francia in zona pericolo, cioè sopra i 200 punti di spread, cosa che costringerà le agenzie di rating al downgrade, che a sua volta farà rialzare ulteriormente i differenziali. Naturalmente per rendere più sostenibile questo attacco, bisogna tenere l’Italia e portare la Spagna nell’area 500, quella da allarme rosso, e cominciare a far salire gli spread di Belgio, Olanda, Austria, Finlandia. E così è. Facile immaginare che l’ultimo passaggio sarà poi sulla Germania. Sempre che le risposte dei singoli paesi siano deboli – come fin qui è stata quella dell’Italia, per colpa dell’insipienza del governo Berlusconi e di chi vi si opponeva, e per le richieste sbagliate di Bruxelles e Francoforte, che avrebbero dovuto (e dovrebbero) puntare al debito e non al deficit – e che rimanga inesistente la risposta comunitaria. Solo adesso che le “nuvole minacciose” le si avvicinano, la Merkel ha cominciato a parlare di “cessione di sovranità” ad un’entità federale. E’ l’unica strada. Speriamo che non sia troppo tardi. E convinciamoci che comunque non siamo esentati dal sistemare casa nostra.

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