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Public Policy

Niente più alibi

Ora serve un Piano Marshall

Bene la stabilità, ma fin ora il cammino del governo è stato deludente. Ci vuole un deciso cambio di passo.

di Enrico Cisnetto - 04 ottobre 2013

Adesso non ci sono più alibi. L’epilogo della (mancata) crisi di governo, creando di fatto, dentro le larghe intese, una maggioranza più ristretta, ma sufficiente, che potremmo chiamare di “intese coese”, determina una condizione politica che può – e deve – consentire a Enrico Letta di dare all’esecutivo quella forza decisionale che finora non ha avuto. Non più mediazioni preventive, inevitabilmente al ribasso, ma un “vasto programma” di riforme strutturali che diano un senso all’incontro tra Pd e Pdl, necessitato per ragioni di esito elettorale ma non per questo meno indispensabile comunque per prendere quelle decisioni, anche impopolari, che finora i due poli del nostro sgangherato bipolarismo separatamente non erano riusciti ad assumere. Tanto più necessarie, queste scelte, per via del fatto che la politica nel suo insieme ha toccato il fondo in termini di credibilità popolare, e dunque dare consistenza al governo e lanciarlo verso una vita che vada ben oltre le elezioni europee dell’anno prossimo (diciamo almeno fino al 2015) diventa fondamentale non solo per il bene del paese ma anche per la sopravvivenza stessa di queste forze politiche.

Che se fossero andate ad elezioni subito, avrebbero perso altri milioni di voti dopo i 10 milioni di elettori che complessivamente le hanno abbandonate alle ultime politiche, andando incontro all’ennesimo pareggio che le avrebbe costrette a rimettersi insieme per tentare di mettere insieme uno straccio di maggioranza parlamentare. Infatti, nell’ingaggiare il braccio di ferro intorno al “caso Berlusconi”, Pd e Pdl hanno dimostrato di non aver capito che dalla vicenda nessuno poteva uscire vincitore per il semplice motivo che tutti ne sarebbero usciti inesorabilmente perdenti, accomunati dal discredito generalizzato degli italiani, per nulla disposti a fare distinzioni. Ergo, l’unico modo per evitare un destino altrimenti segnato è ora quello di ritrovare le ragioni dello stare insieme – cioè realizzare unite ciò che separatamente le due coalizioni non erano state capaci di fare – e mettere in condizioni il governo di spiccare il volo.

Cosa ci sia da fare è arcinoto: smetterla con le scaramucce su questioni marginali come Imu e Iva, per mettere mano ad un vero e proprio piano Marshall di salvezza e rilancio del paese. Basato sulla riduzione della spesa pubblica improduttiva, e sulla valorizzazione del patrimonio pubblico, coinvolgendo in modo virtuoso anche quello privato, per realizzare risorse da impiegare per abbattere significativamente la pressione fiscale e per fare investimenti strategici in conto capitale. In particolare, tre cose si dovrebbero fare subito. La prima è già stata praticata ma un po’ sprecata: il pagamento dei debiti delle pubbliche amministrazioni. Si poteva fare tutto (120 miliardi) e subito, con modalità dirette tra chi eroga (per conto dei debitori) e i creditori, e quindi in tempi rapidissimi. Si è scelto invece una via gradualista e burocratica. Ora, con un colpo di reni, si può provare a imboccare la corsia d’emergenza. La seconda cosa da fare è lanciare un mega piano sul patrimonio pubblico.

Non gli interventi minimalisti di cui si parla (3,5 miliardi, bazzecole), ma una grande operazione di valorizzazione del patrimonio mobiliare e immobiliare senza che questo significhi né la cessione delle società strategiche (Eni, Enel, Finmeccanica e sue partecipate), né la svendita degli immobili. Ci sono molte proposte in proposito, il governo ne scelga una e lo annunci solennemente. La terza cosa è intervenire sul prelievo fiscale con due modalità: un taglio delle imposte sulle imprese e sul lavoro per una cinquantina di miliardi, cioè pari a 6-7 punti di spesa pubblica in meno; un’inversione di tendenza nella modalità con cui si combatte l’evasione fiscale, abolendo redditometro (sì, proprio quello appena inaugurato) e studi di settore, strumenti che presuppongono che ogni cittadino sia un criminale.

Nel primo caso, il taglio alla spesa corrente non può derivare dalla spending review, ma da una radicale semplificazione del decentramento (sei macro regioni, niente province, comuni solo sopra i 5 mila abitanti) e dal ri-trasferimento della sanità in capo allo Stato. Nel secondo caso, il ripristino di un rapporto di fiducia tra Stato e cittadini vale molto di più (anche in termini di entrate) della manciata di miliardi che oggi vengono effettivamente recuperati con la “linea dura”.

Ora, senza stabilità è evidente che queste cose non possono essere realizzate, ma è pur vero che stabilizzare la politica dei piccoli passi o del rinvio che fin qui è stata messa in campo, prima da Monti e poi da Letta, non porta da nessuna parte. Se Letta fosse caduto – aprendo la strada a tre possibili scenari, uno peggio dell’altro: maggioranza risicata con qualche transfuga da Pdl e 5stelle, elezioni anticipate, dimissioni di Napolitano – avremmo comunque rimpianto un governo fin qui deludente. Bene, dunque, che ciò non sia successo e che il governo prosegua il suo cammino. Ma cambiando decisamente passo, però.

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