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Il rapporto con il Pil al 110%

Ora è emergenza debito

Secondo l'Ocse per l'economia italiana il peggio è passato. Ma adesso ci vuole coraggio

di Enrico Cisnetto - 30 novembre 2005

La recessione è finita, ma ora è emergenza debito. Non poteva che essere ambivalente il quadro tracciato dall’Ocse per l’Italia delle contraddizioni forti nel suo periodico report sullo stato di salute dell’economia mondiale.

Secondo l’organizzazione con sede a Parigi se per l’economia reale “il peggio è alle spalle”, tanto che dal prossimo anno potremmo essere fuori anche dalla fase stagnativa – con il pil a +1,1% nel 2006 e a +1,5% nel 2007 – non altrettanto si può dire per la finanza pubblica, e in particolare per il debito, che potrebbe addirittura arrivare al 110% del pil dall’attuale 106,6%, interrompendo una tendenza a decrescere che è durata un decennio.

L’allarme sull’indebitamento va preso sul serio – tanto più che arriva proprio nel giorno in cui il ministro francese dell’Economia, Thierry Breton, denuncia che quello transalpino è in realtà quasi doppio rispetto ai 1100 miliardi ufficiali, il che lo porterebbe al 120% del pil – anche perchè la stagione di tassi al rialzo che si dovrebbe inaugurare oggi con la decisione della Bce di portare il saggio europeo al 2,25% , per ridurre il gap con quello americano (4%) e per fronteggiare la tendenza dell’inflazione a crescere al 3%, farà sì che il costo in termini di interessi del debito stesso sarà più alto. Per questo bisognerebbe aprire un serio fronte bipartisan di discussione su come aggredire un problema che rischia di soffocare i timidi segnali di ripresa della congiuntura, e comunque di toglierci ogni spazio di manovra per la indifferibile riconversione del nostro capitalismo.

Occorre immaginare, cioè, un’operazione di tipo straordinario, che consenta di abbattere in un colpo solo il debito di alcune decine di punti. Qualcuno che si è messo fare dei calcoli c’è. Giuseppe Guarino, per esempio, ha provato a ragionare su un intervento che abbatta il debito al 70% del pil (dieci punti in più del tetto del 60%, ma vicino al livello degli altri grandi paesi Ue), pari a circa 430 miliardi. Il meccanismo più semplice potrebbe essere quello di costituire una spa, di cui il Tesoro avrebbe il 100% per poi gradualmente scendere grazie alla quotazione nelle maggiori Borse, nella quale si farebbero confluire partecipazioni (Eni, Enel, ecc.) e beni immobili (abolendo il vincolo dell’inalienabilità) appunto per tale ammontare. Da questo punto di vista, la notizia di due giorni fa che l’Agenzia del Demanio ha terminato il censimento del patrimonio immobiliare dello Stato, è particolarmente favorevole perchè consente di scegliere con più facilità tra edifici pubblici che sono già a reddito e altri (compresi quelli di valore artistico e ambientale) cui manca la valutazione di mercato (Guarino propone di stabilirla partendo da un canone di locazione del 3%).

Insomma, una public company per abbattere il debito e, risolti i problemi di finanza pubblica, rilanciare l’economia. Il ministro Tremonti ne ha fatto cenno, al professor Prodi non dovrebbero sfuggire i termini della questione. Possiamo sperare in un po’ di coraggio?

Pubblicato sul Messaggero del 30 novembre 2005

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