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Bernabé ha dimostrato indipendenza

Open Access: una sfida vinta

Ma adesso ad aspettare Telecom è l'impegno per il Next Generation Network

di Enrico Cisnetto - 18 febbraio 2008

Un buon primo passo, nella giusta direzione. Non può che essere vista positivamente la decisione di Telecom di varare una radicale riorganizzazione interna delle strutture tecnologiche, creando una divisione chiamata Open Access, con il compito di gestire lo sviluppo e la manutenzione della rete telefonica fissa e i processi di attivazione e assistenza dei servizi, consentendo così parità di accesso ai clienti retail e ai competitor. Una scelta inevitabile per un’azienda cui veniva imputato un atteggiamento di chiusura totale sia dalle autorità che dai concorrenti. Anche se bisogna dire che la gran parte dei problemi veniva da una malsana filosofia della competition by litigation, che ha spinto le compagnie telefoniche in almeno un centinaio di procedure giudiziarie tra ricorsi al Tar o al Consiglio di Stato e istanze cautelari nei tribunali. Come pure le ha coinvolte nella rissa che si era progressivamente scatenata tra i sostenitori della cessione a terzi (il cosiddetto “piano Rovati”, passato di moda con la caduta del governo Prodi) e i tifosi o della separazione funzionale (il modello Open Reach per British Telecom, che trova così tanti sostenitori a Bruxelles) o di quella societaria, bocciata sia dalla Ue che dalla stessa Telecom. Ma, indiscutibilmente, l’apertura dell’infrastruttura di rete era un processo inevitabile, al quale il nostro ex monopolista non poteva sottrarsi ulteriormente. Franco Bernabé ha dunque il merito di averlo organizzato rapidamente, e comunque prima che l’Autorità delle Comunicazioni glielo imponesse. E anche di aver avuto il coraggio di andare contro le indicazioni del suo azionista di maggioranza, quella Telefonica che aveva già bocciato le altre soluzioni proposte e che ha fatto sapere sui giornali spagnoli di essere contraria anche alla separazione amministrativa (se poi trattasi di gioco di squadra, allora complimenti a entrambi). Per questo Bernabè ha subito incassato l’ok dell’AgCom: Calabrò ha ammesso che la mossa corrisponde a quanto aveva inutilmente chiesto a Telecom nei mesi precedenti, visto che non comprende il solo local loop (la parte di linea che va dal telefono fino alla centralina), ma tutta la tratta della rete di accesso a partire dalle centrali fino all’utente. E poi è arrivata anche la “neutralità sulla fiducia” dei concorrenti, il cui silenzio – quando ci si aspettava un fuoco di fila di critiche – appare eloquente. In attesa di convincere anche la “incontentabile” Ue, con il commissario Reding che sembra prendere come punto di riferimento soltanto il modello inglese, si tratta di un risultato non da poco. Ora, al netto della governance il più possibile indipendente che Open Access si deve dare, di più a Telecom non è logico chiedere. Soprattutto tenendo presente che è un’impresa privata – lo ricordo ai soliti fustigatori ultraliberisti che già si sono lamentati – e dunque non è proprio il caso di tentare “espropri”, di diritto o di fatto, imponendo regole “impossibili”. Detto questo, l’azienda deve essere cosciente che ora l’attende una sfida non più rimandabile: il Next Generation Network, l’ammodernamento della rete. Perché l’infrastruttura telefonica è decisiva per lo sviluppo del Paese, visto che da essa passano i business e i servizi del futuro. E di questo è bene che siano coscienti tutti, azienda, governi e regolatori.

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