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La risposta è utilizzare la stessa arma

Opec del Gas: l’Italia è circondata

Non ci resta che farci promotori di un accordo tra tutte le aziende europee acquirenti

di Enrico Cisnetto - 07 agosto 2006

A “cartello” si risponda con un altro “cartello”. La notizia dell’accordo tra Gazprom, Lukoil e Sonatrach, le tre grandi aziende del gas che insieme generano il 60% dell’import europeo e il 70% di quello italiano (che nel 2010 arriverà al 75%), dovrebbe togliere una volta per tutte le pruderie da mancanza di concorrenza nel sistema dell’energia di cui molte anime belle continuano a favoleggiare ogni volta che si parla di questo mercato. Anche perché siamo ormai alla negazione dell’esistenza di un mercato del gas e alla nascita di un monopolio di fatto. Da oggi in poi, l’Opec del gas – come è stata impropriamente ribattezzata, visto che quella del petrolio è un soggetto molto più articolato – sarà capace di imporre prezzi e quantità a chi compra, chiudendo ogni spazio di concorrenza, peraltro finora esile, tra venditori. E i più colpiti siamo noi, primi al mondo nella “dipendenza” da gas, specie se si considera che Sonatrach è intenzionata a cedere a Gazprom parte della propria partecipazione nel gasdotto in costruzione tra Algeria e Italia, con il risultato che ci troveremmo a essere dipendenti nell’approvvigionamento dallo stesso soggetto sia a Nord che a Sud. In una parola, siamo circondati.
A questo punto all’Italia non resta che una cosa da fare: chiedere formalmente ai commissari Ue dell’Energia, Andris Piebalgs, e della Concorrenza, Neelie Kroes, di farsi promotori di un accordo di “cartello” tra tutte le aziende europee che comprano gas. E’ chiaro, infatti, che al ricatto del monopolio si può rispondere soltanto con un monopsonio (mercato nel quale c’è un solo compratore). Altrimenti, lasciare che a vedersela con la politica imperiale russa siano i singoli paesi acquirenti, significa non solo farsi imporre il prezzo ma rischiare di perdere il controllo delle altre fasi del ciclo del gas. A cominciare dalla distribuzione, come dimostrano gli appetiti italiani, e non solo, di Gazprom. Dunque, il governo non lasci Eni ed Enel sole nel condurre questa battaglia. Anche perché c’è da temere che la Francia si muova prima di noi nella direzione opposta, di un accordo privilegiato con la trimurti del gas.
Ma c’è di più: sarebbe necessario che un analogo vertice straordinario Bruxelles lo convocasse con tutte le authority europee che si occupano di energia e concorrenza – quanto sarebbe utile per quelle italiane! – in modo da far comprendere che il coltello è nelle mani di chi vende, non di chi compra, e quindi non è vero che la concorrenza nei mercati interni si possa realizzare indipendentemente dall’approvoginionamento. Anche perché se è in pericolo il potere contrattuale di un colosso da 95 miliardi di euro come l’Eni, quale ne potrebbero avere compratori infinitamente più piccoli?
Dunque, ora l’iniziativa passi a Prodi e Bersani: visto che hanno fatto sapere che è necessario elaborare una politica unica europea nel settore, se ne facciano promotori. In attesa dei rigassificatori e della diversificazione delle fonti d’approvvigionamento (e delle intese internazionali in nome della reciprocità), questa è l’unica strategia che è possibile mettere in atto in tempi brevi, visto che anche Gazprom non ha alcun interesse nello smantellare i gasdotti che ha appena costruito per cercarsi un altro compratore. E Bruxelles si decida: l’inverno non è poi tanto lontano.

Pubblicato sul Messaggero del 6 agosto 2006

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