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L’Euroborsa contro l’autarchia finanziaria

Oltre un capitalismo anacronistico

Un miliardo di dollari capitalizzati. Il rischio di essere emarginati dai circuiti mondiali

di Enrico Cisnetto - 06 giugno 2006

Milano deve dire no a Euronext-Nyse. E puntare – con Francoforte e Madrid, ma se possibile anche Londra – all’Euroborsa, primo vero tentativo di dare un seguito al progetto di integrazione economica europea iniziato con l’euro. Certo, le Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles e Lisbona (Euronext, appunto), alleandosi con Wall Street hanno tradito questo impegno, e non è difficile vedere dietro il rifiuto dell’offerta di Deutsche Boerse la definitiva rottura del vecchio asse franco-tedesco, visto che Euronext è nata all’ombra della Torre Eiffel. Ma proprio per questo occorre che Piazza Affari scelga avendo a mente qual è oggi l’interesse nazionale. Il quale non può certo tradursi in termini di chiusura autarchica, non fosse altro perché non raggiungendo neppure il miliardo di dollari di capitalizzazione la Borsa italiana – è un quarto sia di Euronext che della City e circa il 60% di Francoforte – rimarrebbe definitivamente tagliata fuori dai grandi circuiti della finanza mondiale. Ma neppure è pensabile che Milano si aggiunga buona ultima ad un aggregato come quello euroatlantico che si è appena formato, che con 17 miliardi complessivi vale quasi quattro volte Tokio, la seconda Borsa del mondo (5 miliardi). Si dice: ci sono state “prove tecniche di avvicinamento” con Euronext, non possiamo cambiare cavallo. Ma ora il matrimonio di Parigi e soci con Wall Street non può che indurre a ritarare la strategia di Borsa Italiana. E’ chiaro infatti che un’unione di Piazza Affari con Euronext sotto l’egida di un “big brother” come il Nyse farebbe definitivamente tramontare l’integrazione tra le Borse del Vecchio Continente, necessaria per un’Europa che ambisce ad essere nazione, ma soprattutto indispensabile a noi che siamo il paese con l’economia più debole. E la creazione di un Nuovo Mercato Europeo (NME), per la cui nascita bisogna al più presto superare anacronistici campanilismi, ponendo poi a Londra l’aut-aut di decidere se stare al di qua o al di là dell’oceano e di conseguenza se portare o meno la sterlina nell’euro, in questo momento rappresenterebbe un rilancio straordinario della politica d’integrazione, un’occasione unica per marciare verso gli Stati Uniti d’Europa. Per questo, decidere solo in base ad un puro calcolo di convenienza societaria sarebbe autolesionistico. E’ quindi bene che Borsa Italiana fermi i propri advisor per lavorare ad una strategia più “europea”. E per fare questo, pur essendo una spa pienamente indipendente, non può non confrontarsi con governo e parlamento. O meglio, devono essere questi a preoccuparsene. La politica italiana, europeista solo a parole, deve assumersi la responsabilità di “favorire l’integrazione dei mercati e delle Borse nell’area euro”, come ha chiesto il ministro Padoa Schioppa. Con l’entrata nel club della moneta unica abbiamo rinunciato a gran parte della nostra sovranità finanziaria – e continuiamo a farlo: la rinuncia di Draghi al suo preventivo potere d’interdizione sulle opa bancarie, va in questa direzione – ma non alla difesa degli interessi nazionali, almeno fino a quando non esisterà un “interesse europeo” comunemente accettato. In questo caso, poi, evitare che Piazza Affari diventi la pedina marginale di uno scacchiere a stelle e strisce è contro sia l’interesse nazionale che quello della Ue. Non possiamo sbagliare.

Pubblicato sul Messaggero del 4 giugno 2006

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