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Che le banche assumano una condotta einaudiana

Oltre la posizione parafulmine bancaria

Il mondo bancario deve essere capace di rispondere alle responsabilità che gli sono proprie

di Angelo De Mattia - 25 giugno 2009

Ha toccato un punto difficilmente contestabile il Ministro Giulio Tremonti intervenendo ieri all’assemblea della Confcommercio, quando ha affermato che, se si vuole prendere un applauso in un dibattito politico, allora è bene cominciare a parlare delle banche (evidentemente non in senso positivo), aggiungendo che è ancora aperta la domanda di responsabilità al sistema creditizio.

Il quale continua a fare la parte di quel personaggio nello sketch dei Brutos, di tanti anni fa, che costantemente finiva con il prendere uno scappellotto, anche a prescindere da sue azioni od omissioni. Occorrerebbe, però, domandarsi le ragioni di questa immagine e valutare se, accanto a comportamenti strategici e operativi niente affatto condivisibili di una parte dei banchieri, non si sia andato formando nell’opinione pubblica un convincimento sulle responsabilità delle banche, diventate così una sorta di parafulmine, responsabilità sicuramente superiori a quelle effettive, mentre progressivamente si è distolta l’attenzione dalle responsabilità del Governo e da quelle del mondo imprenditoriale.

Così, mentre si elogiava la solidità degli istituti di credito italiani e il loro non coinvolgimento, a differenza di molti sistemi bancari esteri, nella crisi, contestualmente si interveniva non per sollecitare l’unione della lungimiranza alla prudenza, insieme con una migliore capacità di riconoscere il merito di credito, bensì per suggerire, implicitamente, l’azzardo, il contrario delle “virtù” elogiate in quanto alla base della sottrazione delle aziende di credito alla crisi. Svaniva la conoscenza del fatto, fondamentale, che le banche amministrano denaro altrui, che deve fruttare un adeguato rendimento.

Certamente, l’Italia ha il grave problema della gestione del terzo debito pubblico mondiale che, come ha detto Tremonti, incide sulla psiche e sul fisico. Ha anche l’altro problema di assicurare, nell’affrontare la crisi, pace e sicurezza sociale: pure questo ben detto, senza però che possa considerarsi una missione compiuta; tutt’altro, visto quel che si profila per l’autunno.

E non è vero che pace e coesione esigerebbero che si stia lontani dalle riforme di struttura perché queste accrescerebbero il disagio sociale. All’opposto, il loro avvio renderebbe possibile un’operazione d’impulso sulla domanda aggregata, potrebbe consentire una linea di detassazione di salari, stipendi e pensioni, ormai del livello altissimo segnalato da tutti i centri di ricerca internazionali: insomma, potrebbe rendere possibile un’efficace e piena attivazione della leva della politica economica; si agirebbe così per meglio riattivare la crescita. Il potere pubblico, allora sì, avrebbe fatto fino infondo la propria parte. Sarebbe, questo, un modo per dare vera e duratura certezza e credibilità al bilancio dello Stato.

E, dunque, gli inviti alle banche a una condotta einaudiana, per ciò che riguarda la funzione primaria della erogazione e della destinazione dei finanziamenti, avrebbero maggiore forza, tenendo in conto sempre che Einaudi va ricordato anche perché avrebbe voluto i banchieri “senza aggettivi”, vale a dire, pienamente autonomi nelle loro scelte, ed era sostenitore del “fuge rumores” nei rapporti con le banche; non era certo propenso a ricercare gli applausi in un dibattito sulle banche. Né si può pensare che i Tremonti bond abbiano rappresentato la panacea o, comunque, costituiscano il presupposto per risolvere i problemi delle quantità e della qualità dell’erogazione del credito.

E’ giusto elogiare, come ha fatto Tremonti, la solidità della struttura economico-sociale del nostro Paese imperniata soprattutto sulla rete dei Comuni e delle partite Iva, ma di questa solidità – che non può tuttavia escludere altri soggetti dell’economia e della società – è parte integrante pure il sistema bancario. Per il necessario riequilibrio in materia impositiva, è opportuno confidare sulle prospettive del federalismo fiscale, anche se con minore ardore e con maggiore attenzione ai conseguenti problemi di cooperazione e solidarietà fra le diverse aree del territorio nazionale. Ma ciò evidenza, ancor più, l’importanza di un’adeguata azione sul territorio da parte del sistema bancario, che non si può pensare di perseguire dirigisticamente con la tecnica del bastone e della carota.

Spetta, tuttavia, ai banchieri rendersi compiutamente conto finalmente che l’immagine, la reputazione sono obiettivi-vincoli fondamentali del loro operare. Se il Presidente della Confcommercio parla di credito a due velocità, celere nei confronti dei grandi gruppi, lento per le piccole e medie imprese, se c’è il rischio concreto della “Fenice” commissione di massimo scoperto – di una sua resurrezione sotto mentite spoglie a causa innanzitutto di una legge fatta male – se i comportamenti in materia di surroga dei mutui non sono sempre corretti, come ha segnalato l’Antitrust, se vi sono problemi in tema di osservanza delle clausole di diligenza, correttezza e lealtà, allora è necessario che il sistema si ponga in grado di rispondere tempestivamente con dati di fatto e, in ogni caso, di correggere laddove sia necessario, subito.

E’ il momento in cui è opportuno che le apprezzabili concezioni del rapporto tra banca e interessi generali, tra banca e capitalismo temperato si diffondano nel sistema, si traducano in una coerente generalizzata operatività, sospingano a una profonda revisione dell’immagine.

Un mondo bancario deve essere capace, con il suo agire, di scrollarsi di dosso le esorbitanti responsabilità non sue, ma di rispondere pienamente ed efficacemente alle responsabilità che gli sono proprie. Una gestione burocratica non sottrae le banche alla posizione-parafulmine; all’opposto, fornisce argomenti a coloro che vogliono enfatizzarla.

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