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Il deficit politico che avvelena i mercati

Oltre la crisi dell’ideologia

Serveno più politica e più idee al servizio d’ideali

di Davide Giacalone - 25 marzo 2008

I mercati hanno bisogno di più Stato, più politica. Lo spegnersi della fiamma ideologica ed il non accendersi della ragionevolezza hanno portato un buio nel quale sembra tutti siano uguali, tutti pronti ad idolatrare un mercato da lasciarsi libero, da non condizionare. Bubbole. E’ giusto ed è bene far uscire lo Stato e la politica dal mercato, ma guai se perdono capacità e voglia d’indirizzo e controllo. Il mercato, in sé, non è fautore di democrazia e giustizia, e per rendersene conto basterà guardare alla meschinità del governo italiano, che s’inchina agli iraniani per avere petrolio e si rifiuta di ricevere il Dalai Lama per non indispettire i cinesi. Questo non è mercato, queste sono cecità e viltà.

Abbiamo un problema interno al mondo capitalistico, dove si è lasciato che la finanza e le banche violassero la regola secondo la quale alla fiducia corrisponde la responsabilità, con il risultato che prima si è trasferito il rischio (e la fregatura) nelle tasche dei risparmiatori, poi si è tolta credibilità a conti e bilanci, che sono le scritture sacre del mercato. Ed abbiamo un problema nei mercati mondiali, dove la fine della guerra fredda e la globalizzazione hanno fatto comparire mostri prima sconosciuti: dittature in veloce accumulazione capitalistica.

Luoghi dove si ammazza l’oppositore, ma all’apparato s’insegna come funzionano gli occidentali e se ne clona il tessuto societario, talché si creano floride multinazionali dell’energia, della produzione e della finanza. Quelle ricchezze, poi, nel mentre i lavoratori interni hanno sei anni e muoiono senza essere costati di pensione, possono essere reinvestite in debito dei Paesi d’antico capitalismo. Come dire che le dittature divengono azioniste delle democrazie.

Sono problemi politici, questi, mica alchimie per economisti. E serve a poco erigere muri contro i mali esterni, anche perché ne abbiamo di notevoli all’interno. Serve più politica, perché serve ripensare le regole interne e rimettere a fuoco i valori da far valere all’esterno. Servono idee al servizio d’ideali, perché è quella l’energia che muove il mondo. La povertà della politica italiana è, al tempo stesso, causa e conseguenza del progressivo immiserirsi che ci affligge. Il disinteresse per la politica, in fondo, è solo rassegnazione al degrado.

Pubblicato su Libero di martedì 25 marzo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario