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Proviamo a parlare di cose serie

Oltre i miti e riti leghisti

La vera sfida non è galleggiare, ma stabilire dove andare

di Davide Giacalone - 21 giugno 2010

Non ho mai nutrito timore per i miti e i riti leghisti. Sono l’incarnazione comunicativa di un politico dotato di fiuto fine, Umberto Bossi. Gli estremismi secessionisti e razzisti non sono gradevoli, ma alla loro praticabilità non ho creduto. Talvolta sono le piccole cose a soccorrere, quando i fenomeni sembrano complicati, così trovai istruttiva la storia della giovane deputata, cattolica integralista al debutto, vandeana conclamata, eroina in camicia verde e imbronciata presidente della Camera dei Deputati, poi astuta interprete del piccolo schermo, con sfoggio di lattex. Come trovai significativo il matrimonio civile del capo supremo, il guerriero barbaro, coniugato dal sindaco leghista di Milano, che lasciò sorridente la sposa nel mentre scoppiava in singhiozzi non propriamente maschi. Ora sono passati venti anni, e ancora i leghisti si riuniscono sul sacro campo. Cornuti per diletto e pronti a brandire l’ampolla per fare effetto. La mia proposta, di terroncello disincantato, è la seguente: proviamo a parlare di cose serie.

La Lega è, oggi, il più vecchio partito politico presente in Parlamento. E’ un partito vero, organizzato secondo le regole della terza internazionale comunista, quelle che hanno permeato tutti i partiti della sinistra italiana e che si riassumono in un concetto che sembra desueto: centralismo democratico. In realtà è attualissimo: o si fa come dice il vertice o si va fuori dalle scatole. E la Lega ne ha divorati non pochi, di propri figli.

E’, però, l’unico partito capace di creare una vera classe dirigente, selezionata dal basso e forte d’esperienze amministrative. Girando l’Italia ho imparato una regola: se ti trovi di fronte ad un assessore giovane e bravo è largamente probabile che sia leghista. Complimenti, quindi. Tutto questo, però, non risolve il problema politico. I dirigenti di quel mondo immaginario, la Padania, sono bravissimi nel riuscire a far parlare tutti d’altro: dalle musiche suonate nelle occasioni ufficiali al tifo calcistico, esibito con un vezzo anti italiano che, un tempo, era proprio dei pretesi intellettuali (i quali, oggi, essendo sprovvisti d’ironia, si fingono scandalizzati se taluno non parteggia per la nostra nazionale).

Finito il chiasso, però, resta la sostanza, che potrebbe così riassumersi: guardate che, fin qui, avete lavorato senza concorrenza al nord, mentre le cose che va dicendo Roberto Formigoni dovrebbero preoccuparvi, sia perché sono più che fondate, sia perché entrano direttamente sul vostro terreno (anche sena ampolla). Se il governatore della Lombardia avverte che la manovra economica ammazza il federalismo fiscale e punisce le regioni del nord, assumendole (il che è vero) come meglio amministrate, temo che non sia sufficiente una replica stizzita. Anzi, trovo rivelatore che Bossi liquidi la faccenda considerandole “esagerazioni”, lui, che dell’iperbole è il monarca assoluto.

I riti celtici e i matrimoni collettivi non mi hanno mai tolto il sonno, che ogni occasione è buona per far baldoria e svoltare in camporella. Ma è difficile restare a lungo partito di rivolta e di potere, ed è esercizio complicato tenere assieme le suggestioni separatiste e la gestione (di buona qualità) del ministero degli Interni. Bossi è un leader capace di queste combinazioni, ma il suo essere determinante nell’equilibrio di governo, specie dopo il regalo fattogli da Gianfranco Fini, pone dei problemi. Non occultabili con esibizioni come quelle dell’ultima manifestazione elettorale romana, quando il condottiero comparve accanto a Silvio Berlusconi, non propriamente invitato a parlare, e trovò modo d’esprimere un concetto di rara raffinatezza: non gli ho mai chiesto soldi. Non sapendosi se è più incredibile il fatto o il fatto che l’abbia detto.

Sono passati venti anni, dal primo raduno, e la Lega è molto cresciuta, non solo elettoralmente. I loro eletti girano in auto blu, tal quale quelli del mondo che volevano trafiggere, qualche cedimento dinastico s’intravede, come già capitava e capita a quelli che volevano cacciare. Siccome non si vive di soli riti, anche nel caso i fedeli siano di bocca buona, e siccome la cosa più federalista (e pericolosamente scassastato), fin qui, l’ha fatta la sinistra, con la mai abbastanza deprecata riforma del titolo quinto della Costituzione, la vera sfida non è galleggiare, e neanche fendere i marosi, ma stabilire dove andare.

Pubblicato da Il Tempo

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