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Public Policy

Un nuovo Trattato per la Costituente

Oltre i limiti della democrazia

L'integrazione europea: “un compromesso al ribasso” o una nuova partenza dal basso?”

di Duilia Melito - 30 maggio 2007

Il Manifesto di Ventotene, documento programmatico unanimemente riconosciuto come indiscusso precursore della cultura europeista, si chiudeva, profeticamente, con una frase ad un tempo ottimista e realista: “La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.” Un messaggio – si diceva – di realismo ottimista o, se si preferisce, di ottimismo realistico che, oggi più di ieri, dovrebbe costituire, in un riflesso pavloviano, il baricentro cui immediatamente ed istintivamente ancorare ogni base ideologica riferibile al processo di integrazione europea. Ci troviamo in una fase estremamente delicata del cammino europeo che, come noto, ha subito un forte arresto a seguito dell’esito del referendum svoltosi in Francia ed in Olanda. Ma il superamento di siffatta situazione di impasse non può che passare da un’attenta analisi delle cause che lo hanno determinato, pena il ripetersi inesorabile degli stessi accadimenti o, comunque, degli stessi risultati. In tale ottica, potrebbe risultare comprensibile anche se, probabilmente, non del tutto risolutiva la soluzione prospettata da Sarkozy che, da neo presidente della Francia – ed invero, anche prima, in sede di campagna elettorale – ha dichiarato la propria intenzione di muoversi in funzione e nel segno dell’integrazione europea proponendo, a tal fine, in alternativa alla Costituzione Europea, un Trattato più snello, uniformato, peraltro, agli stessi principi cardine di cui alla Costituzione“bocciata” in sede referendaria.

Non è, invero, da sottovalutare l’incidenza che potrebbe avere avuto in siffatta proposta la consapevolezza dello “spessore” della Costituzione europea. Spessore, si intende, meramente materiale, constando il testo in questione di circa 500 articoli, quantità di certo esorbitante che non può che rendere il documento ben poco digeribile. Ci insegnano i Padri Costituenti che una Costituzione, perché sia tale, deve avere il pregio della snellezza che, solitamente, va di pari passo con la programmaticità, caratteristica primigenia, per non dire unica, di un valido ed efficace testo costituzionale. La Costituzione dovrebbe assurgere a “vangelo” laico della popolazione civile: noto a tutti e, soprattutto, comprensibile a tutti nei suoi dettami fondamentali. E in questo senso, un monito potrebbe arrivare dall’esperienza americana che, come noto, ha dato frutto ad un testo costituzionale addirittura più breve di quello di 139 articoli che conta la pur snella Costituzione nostrana. Ciò a riprova del fatto che lo spessore materiale di una Costituzione non deve essere direttamente proporzionale al numero di soggetti ed all’entità del territorio cui inerisce, pena il rifiuto del relativo testo, per incomprensione dello stesso e - perché no – per comprensibile timore della sua capacità regolatoria. Proponendo un testo più snello, dunque, Sarkozy ha sortito il duplice effetto di non scontentare le istanze europeiste, pur presenti in Francia nonostante taluni atteggiamenti indurrebbero a ritenere il contrario, ammorbidendo, nel contempo, i timori che indubitabilmente suscita un processo particolarmente invasivo e rivoluzionario quale quello di un’integrazione europea di tipo, non solo economico, ma anche e soprattutto politico.

È vero che lo spirito rivoluzionario è tutt’altro che estraneo all’esperienza francese, ma è pur indiscutibile che i nostri passionali ed orgogliosi cugini sono da sempre estremamente ancorati alla salvaguardia della propria identità nazionale – che, per il vero, dovremmo riscoprire un po’ di più noi italiani. Pare allora, che dal voto espresso in sede referendaria debba desumersi – o almeno questa è l’auspicio di chi, come me, in un’epoca contrassegnata dalla globalizzazione, vede nell’Europa Unita l’unica chance di futuro politico – economico per i singoli Stati europei - non già un’avversione dei francesi ovvero degli olandesi nei confronti dell’Unione Europea, né un tentativo anacronistico di tipo reazionario/nazionalista – per la cui esistenza e sviluppo, per fortuna, non sono più i tempi (tranne forse che per la Polonia!) - ma piuttosto, la volontà che non venga scardinato un fondamentale caposaldo delle democrazie occidentali, ovverosia la rappresentatività. La classe politica deve – rectius, dovrebbe - muoversi nella direzione indicata dagli elettori secondo la ben nota logica del mandato che, peraltro, a differenza del modello che caratterizza i rapporti tra i privati, si distingue per la particolarità di essere conferito dal popolo, da noi, sulla base dell’adesione/condivisone di un programma politico presentato, dai vari partiti, in sede elettorale. Che poi, oggi come oggi, si assista ad un’epoca di de - ideologizzazione con conseguente depauperamento svilente della portata programmatica dei manifesti elettorali è pur vero; ma ciò non può e non deve – pena l’accettazione supina di una degenerazione del concetto di rappresentatività – indurre a dare per acquisita e consolidata siffatta – speriamo temporanea – patologica metamorfosi. Diversamente opinando, ovvero accedendo alla tesi che vuole ormai imperante ed inesorabile il processo di personalizzazione della politica degli Stati Europei – che forse in un eccesso di esterofilia guardano, in questo caso, con acritico favore al modus operandi americano – si finirebbe con il decretare la fine delle storiche democrazie, legittimando l’attuale tendenza alla “a – democrazia” che affligge, a tutti i livelli, le Istituzioni democratiche. Con ciò non si vuol certo sostenere che, quasi gattopardianamente, è meglio che tutto rimanga nella sostanza immutato. Lungi dal voler propagandare siffatta esiziale ipotesi, il ragionamento sovra esposto mira al ben più progressista scopo di avvertire sui possibili difetti di democraticità e sulle conseguenti disfunzioni che contraddistinguono, ad oggi, l’operare – lo ripeto – a tutti i livelli, delle Istituzioni, ivi comprese quelle europee. Difetti e disfunzioni questi che, se perpetuati ed avallati anche con la semplice indifferenza, rischiano di legittimare un rinvigorirsi di impostazioni scioviniste e totalitarie dei cui nefasti risvolti la storia è ben testimone. E forse, sebbene, in alcuni casi, mascherato da meno nobili retaggi nazionalisti, è proprio questo il timore dei francesi: che l’Europa si sostituisca, progressivamente, agli Stati sovrani senza che i cittadini dei singoli Stati riescano ad esprimersi al riguardo, non avendo ancora acquisito una consapevole cittadinanza europea che, per il momento ha una funzione poco più che nominalistica. Che poi – forse andrebbe ribadito con maggiore convinzione - la cittadinanza europea non dovrebbe sostituirsi ma, semmai, aggiungersi, in un eccelso quid pluris, a quella nazionale, così come l’Europa Unita dovrebbe inglobare in senso federale gli Stati appartenenti e non, certo, prefigurarne la scomparsa.

Piuttosto, potrà e dovrà cambiare il modo di pensare allo Stato, sradicando dai suoi profili assiomatici il concetto di sovranità e sviluppare in modo rinnovato la statualità. Ad oggi, l’esperienza dei Paesi federali ci insegna che non è Stato soltanto il soggetto che ha la “competenza sulle competenze”, perché, del resto se così fosse, probabilmente non sarebbe “Stato sovrano” neanche quello italiano atteso che lo stesso, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, è giunto a statuire che “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle città Metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato” (art.114, 1^ comma, Cost). Un quid, insomma, che si affianca, alla pari, alle altre realtà locali per costituire, insieme ad esse, la Repubblica. Ma per comprendere ciò, per accettare ciò e, infine, perché il desiderio di una trasformazione in questo senso diventi un patrimonio comune, è presupposto indefettibile il coinvolgimento del popolo che, finora, è stato allegramente baipassato. È un dato di fatto che, quantomeno agli inizi dell’esperienza europea, l’attività normativa è stata di appannaggio esclusivo degli esecutivi che, in quanto riuniti nel Consiglio dei Ministri, erano, di fatto, de – responsabilizzati nei confronti dei rispettivi Parlamenti nazionali. Il che, forse, può spiegare la ratio ispiratrice delle cd. “clausole di apertura all’Europa” presenti nelle Costituzioni dei Paesi europei, quali Francia e Germania, fondatrice e sostenitrice, non meno dell’Italia, dell’europeizzazione. Ebbene, la stessa Costituzione tedesca, al pari di quella francese, pur dichiarando, nell’art.23, che la Germania “collabora allo sviluppo dell’Unione Europea”, impegna, quest’ultima, al rispetto dei “principi democratici, dello stato di diritto, sociali e federativi e del principio di sussidiarietà” in cui si riconosce e la chiama a farsi garante della “tutela dei diritti fondamentali” dalla stessa valutati come inviolabili. Inoltre, ed ancora più incisivamente, prosegue l’art.23 della Legge Fondamentale tedesca, a tale scopo, “la Federazione può trasferire dei diritti di sovranità mediante legge.”

Insomma, si rifiuta il concetto di una cessione supina e totale della sovranità statale, per accedere, in evidente chiave difensiva, ad una impostazione che mantenga, nell’apertura all’Europa, uno strumento che, all’occorrenza, consenta la salvaguardia dei baluardi della democraticità. Stesso discorso vale, si diceva, per la Francia, stante il tenore dell’art. 88 della sua Carta Fondamentale e, fatte le debite differenze, per l’Italia che, pur non essendo mai intervenuta sulla portata dell’art. 11 della Costituzione – a dire il vero, non indiscutibile clausola di apertura all’Unione Europea, in quanto nata forse con la più diretta missione di far entrare l’Italia nel contesto della NATO – e nonostante abbia rafforzato l’ispirazione europeista in occasione della modifica del Titolo V della Costituzione, ha avvertito la necessità di introdurre, con legge ordinaria (L. 4 febbraio 2005, n. 11), la cd. “Riserva di esame parlamentare”, volta a potenziare la partecipazione del Parlamento alla fase ascendente della formazione del diritto comunitario.

Ecco, allora, che non solo in Francia si avverte, con sempre maggiore intensità, l’esigenza di dare un indirizzo democratico al processo di integrazione europea, difendendo il ruolo delle Istituzioni rappresentative nazionali. E questa esigenza è avvertita – è bene precisarlo – sia a livello di popolazione civile – che risente dell’assenza, in ambito europeo, di un collante identitario che le è fornito, invece, dallo Stato nazionale - sia di Parlamenti. Aspetto, quest’ultimo, che, invero, induce a ben sperare circa l’intenzione delle Istituzioni statali di pervenire ad un rilancio del tema dell’integrazione europea, previo - s’intende – il necessario rafforzamento del ruolo dei Parlamenti nazionali. Sinora – lo si diceva - l’Europa è stato un progetto ad appannaggio pressoché esclusivo dei Governi: i progetti normativi, ivi compresi quelli costituzionali, non promanano dai Parlamenti nazionali, ma dagli esecutivi, residuando, in capo ai Parlamenti, il non marginale ma, di certo, non conformante, ruolo di dover ratificare, senza apportare modifiche, i testi dei Trattati che, di volta in volta, vengono predisposti dai Governi. Stante il salto di qualità che si intende perseguire con il prefigurarsi di un’Unione di tipo politico tra gli Stati europei, sorge ora l’esigenza di rafforzare il potere dei Parlamenti, e quindi del popolo che elegge al suo interno i propri rappresentanti.

Abbiamo bisogno, l’Europa ha bisogno, di una Costituzione per porsi quale attore principale nel panorama internazionale e non andare più al traino di altre super potenze di cui, invece, è bene che ponga in termini di contrappeso. Così come in termini di contraltare deve porsi l’Europa nei confronti dell’egemonica espansione politico – economica della Cina e dell’India che, presumibilmente, di qui a breve contenderanno il primato all’America. In tal modo – per quel che qui interessa – si potrebbero tacitare anche le “preoccupazioni” del politologo Robert Kagan secondo cui gli americani sono figli di Marte, mentre noi europei della ben meno valente – a dire di Kagan, s’intende – Venere. Ma siffatta Costituzione, per esigenze di democraticità e rappresentatività, non può che essere, almeno in una prima fase, di origine parlamentare: ai Parlamenti nazionali – eletti dai popoli!- il compito di riunirsi onde individuare le basi essenziali e condivise di un testo che rappresenti le fondamenta - e solo quelle -di tutti i membri della nuova Europa. Dopodiché, dovrebbe pervenirsi ad una ulteriore consultazione popolare – successiva a quella che, in sede elettorale, ha dato vita alla formazione dei Parlamenti – volta a completare l’iter democratico necessario per dar vita ad una Costituente europea, rectius, degli europei.
Quindi, sì alla consultazione popolare proposta dal Movimento Federalista Europeo, ma purché e dopo che, in sede parlamentare, si sia addivenuti - in tempi brevi si auspica - alla stesura di un testo che, in quanto necessita della condivisone di tutti gli Stati membri, non può che essere di principi e programmi. In tal senso, estremamente meritoria appare l’opera avviata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati che, al fine di reagire alla stati che investe l’europeizzazione, ha recentemente avviato (l’ultima riunione si è tenuta presso la Camera dei Deputati il 21 maggio c.a.) appositi contatti con l’omologa istituzione del Bundestag al dichiarato intento di riavviare un processo costituzionale europeo …dal basso, cioè, legittimato dagli elettori.

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