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Una difficile verità

Olimpiadi romane

Monti dice che Roma sarebbe stata perfetta per le Olimpiadi? Proprio lui che le ha bocciate?

di Davide Giacalone - 19 aprile 2012

La candidatura di Roma, per le olimpiadi del 2020, sarebbe stata vincente. Non è la tesi di un oppositore, ma del presidente del Consiglio, Mario Monti, esposta ieri in occasione di una visita al Coni. Il 14 febbraio scorso, però, il governo ritenne di non offrire alcuna garanzia, di non appoggiare la candidatura perché, disse lo stesso Monti, era meglio non correre rischi. Molti commentarono positivamente quella decisione, riconoscendovi la serietà dell’allora nuovo esecutivo. Noi l’accogliemmo con amarezza, che cresce al sentir dire che la gara sarebbe stata vinta. Il diniego poteva essere fondato sulla valutazione negativa del progetto presentato, considerandolo mal concepito ed economicamente pericoloso. Nel qual caso, però, il governo avrebbe dovuto provvedere, dopo la dolorosa defezione, all’azzeramento di quanti lo avevano concepito, lasciando ai cittadini romani il decidere della sorte del loro sindaco, che lo aveva condiviso. Monti, invece, ieri ha reso visita proprio a quanti lo avevano preparato e caldeggiato, complimentandosi per la calorosa accoglienza ricevuta, nonostante la delusione inflitta il giorno di San Valentino. Oso immaginare, quindi, che non era quello il motivo.

Scartatolo, però, ne resta uno terribile: il pensare che l’Italia avrebbe trasformato un’opportunità in un rischio e il rischio in disfatta. Sapere, insomma, che l’appuntamento olimpico si sarebbe trasformato in spese dissennate e incapacità di produrre ricchezza in misura almeno pari al costo. Essendo l’Italia il più favoloso contenitore di beni artistici e ambientali, una meta turistica fra le più preziose al mondo, ed essendoci, quindi, la possibilità di mettere a profitto quel grande afflusso di persone, ne deriva che l’aver fatto cadere la proposta equivale a una manifestazione di piena sfiducia nel Paese. Il che, da parte di chi lo governa, è un boccone piuttosto indigesto. C’è il pessimo precedente greco, ovvero di giochi tradottisi in perdite. Verissimo, ma questo significa che i primi a considerarsi degni della sorte greca siamo noi stessi. Invece, con tutto il rispetto per gli ellenici, nostri concittadini europei, l’Italia non è la Grecia. Non lo è nei conti pubblici, perché abbiamo un debito troppo alto, ma non abbiamo mai barato e abbiamo affrontato la crisi con una disciplina di bilancio assai rigorosa. Non lo è nel sistema produttivo, perché noi siamo un grande sistema industriale, capace di far crescere le esportazioni nel mentre il mondo ci crollava addosso. Non lo è nel suo tessuto sociale, perché la forza della nostra imprenditoria e la perizia di milioni di nostri lavoratori non è paragonabile a chi s’era abituato a vivere di spesa pubblica (anche da noi è troppo vasta, ma è anche quella che il governo in carica, come quelli precedenti, non riesce a tagliare). Non lo è nella consapevolezza e nel senso civico dei cittadini, perché da noi ripetute riforme del sistema pensionistico si sono fatte senza che le piazze abbiano preso fuoco.

Allora, se l’occasione delle olimpiadi è stata persa per colpa di chi preparò il progetto, è giusto che paghi e se ne vada. Ma se è stata persa perché non abbiamo fiducia in noi stessi, perché partiamo dal principio che l’investimento si sarebbe tradotto in spreco e sarebbe mancata la capacità di mettere a sistema l’arrivo di molti ospiti, allora tanto vale mettersi una pietra al collo e buttarsi da qualche ponte. Non è accettabile. Non possiamo considerarci sconfitti in partenza, affondati dalle nostre miserie. Perché ciò ci porta solo ad affondare, moltiplicando le miserie. Nessuno potrebbe rimproverare Monti se si chiudesse a Palazzo Chigi, impegnato in un lavoro difficilissimo (mai dimenticarlo, specie quando si critica), ma se si dedica a girare e parlare, raccogliendo applausi alla cerimonia della consegna dei collari d’oro, dovrebbe avere maggior cura e prudenza nello scegliere le parole.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario