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La strada del governo

Ok, Imu e cassaintegrazione.. Ma poi?

Tagliare strutturalmente la spesa e valorizzare il patrimonio immobiliare pubblico. Oppure sarà il default

di Enrico Cisnetto - 10 maggio 2013

Congelamento dell’Imu e rifinanziamento della Cig in deroga. Bene. Ma poi? I due provvedimenti tacitano gli ultras delle due maggiori componenti della maggioranza, ma non risolvono nemmeno un po’ i problemi di crescita della nostra economia. Può darsi che, come molti esponenti del governo si sono precipitati a dire, non ci sia bisogno di una manovra correttiva per queste due spese, anche se dubito si potrà evitare se Letta vorrà anche sospendere, come ha annunciato, il programmato aumento dell’Iva. Ma il vero tema è che tutto questo, Iva compresa, non basta.

Siamo proprio lontani dalla cura choc che serve. Non ci si può limitare a mettere genericamente mano al portafoglio, tagliando un po’ di tasse per compiacere il Pdl e fare un po’ di spesa sociale per accontentare il Pd. Occorrono investimenti ingenti e strategici. Che poi siano sotto forma di riduzione significativa delle tasse su imprese e lavoro, o che siano sotto forma di pagamento di tutto il pregresso dei debiti accumulati dalle pubbliche amministrazioni, o che siano investimenti in conto capitale in infrastrutture, servizi e imprese (meglio nuove che quelle esistenti da difendere), o ancor meglio tutto questo insieme visto che i primi due strumenti significano mettere benzina nel motore e il terzo serve per trasformare e potenziare il motore, sta di fatto che occorrono risorse con ordine di misura gli otto zeri.

D’altra parte, se per convincersi della necessità di interventi massicci, non bastano le previsioni sul pil, che rinviano alla seconda metà del 2014 la ripresa (intesa, purtroppo, come ritorno alla “crescita zero”, niente di più) e mantengono un punto abbondante di differenza con la media europea, si veda l’analisi di Cer per Rete Imprese sulla competitività italiana: tra il 2007 e il 2013, è diminuita del 5,2%, mentre quella tedesca, nello stesso periodo, è aumentata di oltre il 6%. Una divaricazione che conferma il sospetto che alla base della crisi italiana non ci siano soltanto la crisi mondiale, prima, e la recessione europea, poi, ma un difetto congenito del sistema-paese. Se a questo si aggiunge la caduta del 24% che ha subito la produzione industriale, sempre nei sei anni maledetti, si capisce che, per lasciare il segno, Letta deve attrezzarsi a fare i conti con ben altri numeri. Risorse che, peraltro, debbono essere trovate senza disarticolare, anzi, il risanamento finanziario già avviato e che dal primo gennaio prossimo sarà reso obbligatorio dall’entrata in vigore del nuovo articolo 81 della Costituzione, quello che ci obbliga al pareggio di bilancio e dunque al continuo equilibrio tra entrate e uscite.

Come si trovano centinaia di miliardi? Facendo due cose politicamente rilevanti, e che solo una grande coalizione non conflittuale può realizzare. La prima: tagliare, per il tramite di riforme strutturali, la spesa pubblica corrente, specie quella che serve per mantenere un apparato dello Stato e delle autonomie insopportabilmente extralarge (e inefficiente). Qui può soccorrere il piano di riforme istituzionali che Letta ha lanciato, e che deve prima di tutto semplificare il decentramento nel rimettere mano al titolo V della Costituzione. La seconda mossa: valorizzare con una grande operazione finanziaria una-tantum il patrimonio pubblico, chiamando a concorrere all’operazione di smobilizzo anche quello privato (oltre una certa stazza).

Certo, tutto questo è condizione necessaria ma non sufficiente. A supporto occorrono altre due cose. La prima: un nuovo accordo di lungo periodo tra le parti sociali, quel patto di cui si parla e che deve avere al centro un netto recupero di produttività, senza il quale la crisi si tramuterebbe in una perdita permanente di competitività. La seconda: un impegno del capitale produttivo a cambiare pelle e di quello finanziario a supportare il mega turnaround che deve alzare la dimensione e il livello medio di avanzamento tecnologico, di capacità di innovazione e di internazionalizzazione del nostro capitalismo.

Difficile? Sì, ma l’alternativa è, per il governo Letta, l’infausta e prematura archiviazione, o al massimo la stentata sopravvivenza, e per l’Italia il baratro. Anzi, la caduta nel baratro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario