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Bancopoli completamento di Tangentopoli

Oggi giocare all’opa è un errore

I fatti di allora non sono serviti da esempio. La doverosa attenzione politica all’economia

di Enrico Cisnetto - 06 gennaio 2006

Telefona un amico e mi racconta di essersi riletto il mio “Gioco dell’Opa”, datato primavera del 2000, e di averlo trovato clamorosamente attuale. Già, in quel libro c’è sia la storia della scalata alla Telecom – che ora rischia di tornare sulle prime pagine dei giornali, specie di quelli che allora si sperticarono nell’applaudire “l’opa che finalmente rende un po’ americano il nostro capitalismo” – sia la spiegazione del perchè la globalizzazione e Tangentopoli abbiano spazzato via il vecchio establishment economico e finanziario senza che la cosidetta Seconda Repubblica sia stata capace di contribuire a costruirne uno nuovo. A pensarci bene, la Bancopoli che stiamo vivendo non è che la logica conseguenza di questo fallimento: da un lato la politica, che in tredici anni non ha mai fatto i conti con i motivi della caduta della Prima Repubblica – il suo costo e il suo finanziamento – nascondendosi dietro il moralismo di chi poteva dirsi sostanzialmente diverso da Dc e Psi (la sinistra e An) e di chi si è venduto come “nuovo” sul mercato del consenso (Berlusconi); dall’altro l’economia, che è stata solo in grado di generare una guerra fratricida dentro il “salotto buono” e poi di produrre “furbetti” con l’ambizione dell’arricchimento facile ma senza le qualità per essere nuovo establishment. Per questo hanno ragione due che se ne intendono come Antonio Di Pietro e Sergio Cusani a dire che Bancopoli è la prosecuzione e il completamento di Tangentopoli. L’unica differenza è che allora il punto d’attacco furono i partiti, con gli imprenditori coinvolti di conseguenza, mentre oggi si fa leva su banchieri e finanzieri – tra i quali non albergano, è bene ricordarselo, né muti alla Greganti né uomini tutti d’un pezzo alla Citaristi – con i politici tirati in ballo in seconda battuta.

Davanti a questo quadro, destinato ad arricchirsi di nuovi particolari dopo la decisione dei magistrati milanesi di “bollare” con l’associazione a delinquere Consorte e Gnutti, riesco a stupirmi di una cosa che nessuno ha notato, mentre trovo una spiegazione logica per un’altra che soprattutto il Foglio ha sollevato con i suoi editoriali. La prima riguarda il comportamento di chi è stato coinvolto a vario titolo nella bufera: possibile che, di fronte ad uno scenario che si conferma identico a quello di tredici anni fa, nessuno tragga dai fatti di allora un qualche utile suggerimento per l’immediato? Lo dico soprattutto a beneficio del surreale dibattito che si è aperto dentro i Ds, e in particolare per quello che riguarda Fassino e D’Alema, le cui dimissioni oggi sarebbero un prezzo più basso di quello che presumibilmente pagheranno domani se rimarranno al loro posto (lo dico senza alcuna iattura, e ben sapendo che in questo caso l’evoluzione dei Ds non sarebbe certo nel senso riformista che io stesso auspico). E qui veniamo invece alla cosa di cui mi riesco a dare una spiegazione. Si dice: il problema non è quello che Fassino dice al telefono (per Unipol) o a suo tempo ha detto D’Alema a voce (per Telecom), ma ciò che dicono in pubblico. Vero. La banca amica, il giornale fiancheggiatore, l’industria simpatizzante, la cooperativa figlia sono dati inamovibili della realtà politica, della lotta per il potere che è lo strumento della politica. Soltanto sfogliando i giornali di due giorni fa, si poteva leggere: la tangente di Sharon; la confessione di Abramoff, il lobbysta numero uno dei Repubblicani americani, che fa tremare Congresso e Casa Bianca; la lotta tra Popolari e Socialisti spagnoli intorno all’opa ostile di Gas Natural su Endesa. Insomma, solo gli ipocriti ignorano che tutti gli uomini d’affari di questo mondo vanno in giro a parlare con quelli politici, e viceversa, per cercare sostegno o complicità. E solo i moralisti che confondono etica e politica – cattolici integralisti, marxisti, tardo-liberisti – fanno finta di non sapere che la politica ha il dovere di essere attenta a quanto accade nel mondo economico. Certo, non tutto quello che accade all’incrocio tra affari e politica è cosa buona per il Paese: il no di Ugo La Malfa ministro del Tesoro all’aumento di capitale della Finambro, che portò al fallimento Michele Sindona, fu cosa buona, il sì di D’Alema al duo Gnutti-Colaninno che scalava a debito la Telecom, fu e resta ancor oggi cosa cattiva.

Ma in sé, che Unipol e il mondo della Lega Coop siano contigue ai Ds, è cosa che tutti sapevano e sanno (compresi i predecessori di Fassino e D’Alema) e che non ha ragione di menare scandalo. Altra cosa è la scalata alla Bnl, che non è sorretta da alcuna buona motivazione strategica e industriale, o peggio, la presenza di Unipol lungo l’asse Hopa-Bpi. Si dice: ma il peggio del peggio è il fiume di denaro transitato da Gnutti a Consorte, e che il Foglio ha definito “provvista finanziaria in piena regola”. Ma se anche, come probabile, le ricche strutture cooperative risultassero il principale sostegno finanziario dei Ds, chi si scandalizza dovrebbe rispondere a due domande: non avendo messo mano al problema delle risorse della politica, i Ds (come pure tutti gli altri partiti) da dove li prendono i soldi per campare? E come ha ricordato ieri Sergio Romano a quel moralista di Piero Ottone, era forse meglio “accettare il denaro di una potenza straniera che schiera missili nucleari contro l’alleanza di cui l’Italia fa parte?”.

Ecco, allora, la spiegazione del perchè i Ds si sono stupidamente divisi tra chi minimizza e chi moraleggia: perchè non hanno capito dove nasce il fallimento della Seconda Repubblica, cui loro stessi hanno dato un decisivo contributo. Ed è un errore politico molto più grave di qualunque fatto penalmente rilevante.

Pubblicato sul Foglio del 6 gennaio 2006

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