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Moody's stima al ribasso la crescita italiana

Officina reale

La crisi permane. E non si guarda all'unica vera cosa importante: l'economia reale

di Davide Giacalone - 31 agosto 2012

Moody’s ha rivisto al ribasso le stime sulla nostra recessione, collocandola, per quest’anno, fra il -1,5 e il -2,5%. Non è un dato preoccupante in sé, anche perché erano sbagliate le stime precedenti (-1%), che noi già davamo come inadeguate. A febbraio-marzo vedevamo un anno che poteva chiudersi con un -3, sicché non ci sorprende. Né il prossimo anno si presenta, sempre secondo la medesima fonte, con il segno positivo, visto che la recessione continuerà in una previsione che va dalla crescita zero a un -1.

Dati, questi, che non devono essere letti per diffondere il pessimismo e la rassegnazione, ma, semmai, la voglia di cambiare e la reazione. L’Italia è la terza potenza economica d’Europa, ma la seconda potenza industriale, dopo la Germania. Quel che allarma non è che la crisi faccia sentire i suoi morsi, ma che non si presti la necessaria attenzione all’economia reale.

Mentre la superfetazione finanziaria mette in pericolo l’economia mondiale, da noi ancora resiste l’economica reale. I dati sulle esportazioni, relativi al 2011 e al 2012 testimoniano di un’Italia che lavora e che corre, riuscendo a farsi valere con maggiore dinamicità di quanta ne dimostrino gli stessi tedeschi. Ma il resto dell’Italia, quella istituzionale e fiscale, sembra volersi accanire proprio contro quelle fabbriche e quei capannoni che ci consentono ancora di sedere fra le grandi potenze economiche.

Tale condotta autolesionista non si giustifica con la necessità di garantire la sopravvivenza dello stato sociale, come molti suppongono, ma con il fatto che la classe dirigente è prigioniera di gabbie culturali asfissianti. Insomma, sono stati assai più realisti e pragmatici gli operai della Fiat, che chiamati a referendum hanno compreso le ragioni dell’impresa. Ma proprio per questo è ancora più devastante e drammatico che si possa perdere l’industria automobilistica, sempre più spinta ad andare altrove. E’ più grave perché quel disastro non potrà essere imputato ai lavoratori o ai loro egoismi, ma a un ecosistema ostile all’impresa.

Leggo, qualche volta con stupore, i piani di rilancio che il governo presenta. Sono bastati pochi mesi è l’austero governo dei tecnici s’è lasciato prendere la mano dal più logoro costume politicante, abbandonandosi agli annunci. Non solo molte cose sono destinate a restare solo carta, ma parte di quella carta segnala mancanza di senso della realtà. Prendete le società con un euro di capitale, dedicate ai giovani (la cui età può arrivare a 35 anni, legificando la morte di diverse generazioni): dopo avere creato la società, e dopo avere pagato tasse trecento volte superiori al capitale sociale, che fanno? Nessuno sarà disposto a dar loro credito e non potranno neanche stipulare un contratto per la fornitura di energia elettrica. Avranno la partita iva, che sarà certamente una grossa soddisfazione. Forse sarebbe stato più saggio aiutarli a trovare capitale di rischio, defiscalizzarne le iniziative, creare mercato interno (anche mediante esternalizzazioni, privatizzazioni e liberalizzazioni) favorevole alle loro innovazioni (se ci sono). Invece s’è imboccata la via contabile, destinata a far aumentare i disoccupati denominati imprenditori. Grandioso.

Nel frattempo l’economia reale e produttiva, quella che esporta e ci regge in piedi, non trova ingegneri che parlino accettabilmente l’inglese e non trova lavoratori specializzati. Ma trova amministrazioni pubbliche che non pagano le fatture ed esattori che non hanno la loro pazienza, nell’attendere. In queste condizioni cosa volete che faccia un’impresa il cui mercato è il mondo? Troverà un’altra sede nel mondo. E guardate che non c’è mica bisogno di farsi venire gli occhi a mandorla, perché basta andare in Austria o in Svizzera, in modo da prendere la macchina e tronare a casa per il fine settimana, a mangiare le tagliatelle della mamma. In questo modo l’Italia si deindustrializza esattamente nel momento il cui dovrebbe sacrificare la spesa pubblica improduttiva per facilitare la vita alle industrie.

Vedo con commozione quel che succede ai minatori di Sulcis. Assisto con rabbia all’ipocrita solidarietà che ricevono. Qualcuno, prima o dopo, chiuderà tutto quello che non rende e campa di sovvenzioni, come il finto mercato dell’energia rinnovabile. Solo che accadrà quando non si avrà più fiato per creare altro. Quel giorno nessuno sarà in grado di governare il disfacimento.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario