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La Cina: una temibile potenza che avanza

Occorrono dazi politici di libertà

I cinesi approfittano delle nostre debolezze. E noi non possiamo nascondere le loro

di Davide Giacalone - 09 aprile 2008

I manifestanti che hanno spento la fiaccola olimpica devono essere ringraziati. Aggiungo un soffio, ricordando che il problema non è (solo) il Tibet. La Cina è una potenza nucleare, una potenza economica, una potenza demografica. Al tempo stesso è una dittatura che nega non solo i diritti umani, ma il diritto che non sia quello della forza (anche commerciale, ecco perché certe “cause” possono essere vinte).

Quando il Comitato Olimpio decise di tenervi i giochi, nessuno poteva neanche pensare che nel frattempo questo inaccettabile ritardo di civiltà si sarebbe sanato. Ma se l’autocrazia cinese salutava le olimpiadi quale palcoscenico per il proprio ingresso nel mondo, il resto del mondo poteva sperare che quella visibilità avrebbe contribuito a rompere il muro della dittatura. Nel frattempo, però, è successo che l’occidente democratico si è indebolito economicamente, al punto che i cinesi ne comprano una parte del debito; che l’incresparsi dei rapporti con la Russia rilanci il ruolo dell’antagonista asiatico; che le difficoltà energetiche, derivate anche dalla violenta crescita cinese, consentano una sorta di fratellanza delle dittature.

La viltà del governo italiano, che si rifiutò anche solo di ricevere il Dalai Lama, è impareggiabile. Ma è parimenti innegabile l’imbarazzo di chi, pur non rinunciando ai propri principi, si trova ad avere molti interessi in ballo, con i cinesi. Questione, questa, che non può essere risolta in sede diplomatica o negli accordi generali riguardanti tariffe e commerci, perché in quelle sedi vale la forza degli interessi, e quella cinese è grande.

La debolezza cinese è nel modello politico, nella pretesa di capitalismo senza libertà. Questa rigidità è destinata a spezzarsi e crollare, perché nessuna forza e nessun interesse è mai stato, a lungo, più efficace del desiderio di libertà. I fermenti che porteranno alla fine del regime ci sono, con tanti cinesi che urlano di rabbia. Chi spegne la fiaccola, a Parigi, segnala che anche da noi c’è chi capisce ed appoggia, che non siamo tutti commercianti, tutti piegabili al quattrino. Che sappiamo pensare ai dazi politici, di libertà, non solo a quelli economici. Mi spiace per quel fuoco e quel che simboleggia, ma i cinesi profittano delle nostre debolezze, noi non possiamo tacere le loro.

Pubblicato su Libero di mercoledì 9 aprile

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