ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Occorre una riforma generale degli enti locali

Oltre i mantra del mondo politico ed economico

Occorre una riforma generale degli enti locali

La governance razionale delle nuove realtà urbane è diventata quasi impossibile. Urgono cambiamenti

di Maurizio Mistri - 08 giugno 2010

Non si capisce a quella logica risponda l’idea, recentemente pensata, di abolire alcune province, se non quella di tagliare (forse) alcune spese. A me sembra che non ci sia peggiore riforma delle articolazioni amministrative dello Stato di quella che deriva dall’affanno economico. I governi italiani, con l’ansia di tagliare la spesa pubblica, si mettono a sforbiciare le spese degli enti locali, senza curarsi molto degli effetti che si possono generare sull’assetto istituzionale degli stessi enti locali e sulla funzionalità complessiva del sistema delle autonomie. Quella della organizzazione degli enti locali è materia delicata con cui si gioca con una leggerezza sconosciuta ai padri della nostra Costituzione.

I costituenti si preoccuparono di definire la gerarchia funzionale degli enti locali, stabilendone i compiti, possibilmente ordinati gerarchicamente. L’organizzazione del sistema delle autonomie locali rifletteva eredità storiche come il municipalismo che si è voluto temperato dal ruolo unificatore dello Stato, con le sue articolazioni periferiche, le Province e le Prefetture. Inoltre, i costituenti hanno previsto l’istituzione delle Regioni come corpo intermedio chiamato ad equilibrare le spinte verso il centralismo statuale e i poteri dei Comuni. Ciascuna di queste forme organizzative è stata dotata di funzioni e di fonti di finanziamento.

Il sistema delle articolazioni amministrative previsto dalla Costituzione trovava la sua legittimità funzionale nelle caratteristiche della società italiana del dopoguerra. Si trattava di una società largamente contadina, con i suoi borghi e con le sue cittadine, nodi essenziali di una rete di municipalità le cui funzioni rispondevano alle esigenze di quel mondo. Si trattava anche di una società che aveva una economia complessivamente debole; molte attività economiche stavano entro i confini dei paesi e delle città, a volte all’interno di antiche mura, a volte appena “fuori porta”. Cittadine e città, spesso piccole e con limitate funzioni, apparivano chiamate a gestire il vivere civile di comunità stazionarie. I comuni, intesi come articolazioni locali, sembravano in grado di assicurare la governance dei loro territori. Invece, accadde una straordinaria rivoluzione economica e culturale.

Nelle cittadine e nelle città industriali sorsero nuove attività che richiamarono milioni di persone dalle campagne i cui borghi si sono spopolati. Le città si gonfiarono e poi si sgonfiarono perché molti dei nuovi cittadini urbani andarono a “creare” nuovi nuclei abitati situati in comuni vicini ai centri attrattori. La governance razionale delle nuove realtà urbane è diventata quasi impossibile. Oggi occorrerebbe una riforma delle articolazioni amministrative dello Stato che tenesse conto della necessità di assicurare la governance di fenomeni economici e sociali che interessano spesso aree ben superiori a quelle dei singoli Comuni, che appaiono inadeguati alla bisogna. Le Province avrebbero potuto svolgere quelle funzioni di coordinamento che oggi mancano a livello territoriale.

Eliminare le Province -vero e proprio mantra del mondo politico ed economico nostrano- sarebbe ora un grave errore perché aumenterebbe il potere dei Comuni, che hanno le maggiori responsabilità nel saccheggio del territorio e non sono funzionali alla governance dei fenomeni economici e sociali moderni.

Tuttavia, è evidente che la formula della Provincia non riesce a rispondere alle esigenze di coordinamento tra le diverse realtà territoriali che di una Provincia fanno parte. La stessa riforma dell’art.V della Costituzione si è rivelata fallimentare e demenziale. Penso che occorra una seria riforma costituzionale che parta dalla natura dei problemi economici e sociali di oggi, individuando le funzioni necessarie secondo i diversi livelli territoriali, tra loro posti in posizione di complementarietà. Il resto è un vano proclamare mantra che a nulla servono, se non ad alimentare l’incapacità operativa degli stessi enti locali.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario