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Il percorso verso gli Stati Uniti d’Europa

Occorre una nuova idea di Europa

Dalle vecchie generazioni lo slancio per rinnovare il sentimento europeista

di Alessandro Marchetti - 19 febbraio 2007

Giorgio Napolitano fin dai suoi primi atti da inquilino del Quirinale ci ha abituato ad un ruolo a cui è sempre rimasto fedele. E quindi, ha fin da subito impostato quelle che sono e saranno le priorità del suo mandato; in fondo, in perfetta coerenza con la sua storia politica. L’Europa è indubbiamente in cima ad esse. Ne è una prova il discorso, mirabile per lucidità e vigore, che ha pronunciato pochi giorni fa al Parlamento di Strasburgo: parole chiare, di chi ha sempre fatto dell’Europa un orizzonte politico imprescindibile, e soprattutto un’arena internazionale in cui si sono misurate le anime più riformiste della sinistra italiana. Leggere per credere, la sua autobiografia politica “Dal Pci al socialismo europeo”. Dunque l’impressione è che di Europa, il Presidente della Repubblica parlerà ancora a lungo, e forse ben più del suo predecessore. Ci sembra però, specie oggi, che la scelta di non voler intralciare il percorso di declino imboccato dal sistema-politico italiano, ormai evidente anche ai più, è probabilmente deliberato oltre che consono all’indole di un uomo “delle istituzioni”, da sempre rispettoso dei ruoli: il rischio è quello di favorire o, in alternativa, mettere il bastone fra le ruote ad una bipolarismo forse ancora inconsapevole della sua deriva. Ad ogni modo c’è nell’europeismo di Giorgio Napolitano qualcosa che merita, o meriterebbe, l’attenzione di una classe politica seria e attenta. Esattamente ciò che non è stata in questi anni sulla questione europea. Ossia quello che sfugge ormai da tempo, più o meno dalla doppia bocciatura popolare subita dal trattato costituzionale nel febbraio 2006, è la necessità epocale di una revisione profonda dell’idea di Europa. Non è un caso se proprio di recente più di un saggista ha pensato bene di contribuire alla stagnazione europeista con un contributo intellettuale: in primis Sergio Romano con il suo “Europa: storia di un’idea” , editore Longanesi, con cui l’ex-ambasciatore ha dimostrato ancora una volta lungimiranza nell’interpretare l’evoluzione delle relazioni internazionali. Ora, come ha ben osservato Sandro Gozi sulle colonne di Europa, il quotidiano della Margherita, nel lasso di tempo trascorso dai referendum francese e olandese si possono e si devono riconoscere due fasi: una prima è coincisa con la crisi del processo “costituzionale” pensato dalla Convenzione per l’Europa, successiva al no di Francia e Olanda. Uno stop, grave, al compimento di un percorso iniziato a Maastricht nel ’92 e tutt’ora in sospeso. Nel 2005, siamo venuti improvvisamente a conoscenza della profonda distanza degli individui, cittadini dell’Unione, dalle istituzioni di Bruxelles. Abbiamo appreso che la principale preoccupazione che ha fatto degli Stati Uniti d’Europa uno spauracchio, era in realtà la difesa di conquiste e protezione sociali alle fasce più deboli della popolazione: lavoratori non specializzati ma anche piccoli imprenditori gelosi del proprio orticello di mercato. Un anno, il 2005, in cui si è passato il tempo ad approfondire la condizione e il disagio di idraulici francesi rispetto a quelli polacchi, rei, questi ultimi, di rappresentare da soli quella concorrenza sul mercato del lavoro da tempo ormai realtà dell’economia globale. Malessere sopito e prevenzione ideologica alle sfide del mercato, si sono probabilmente mescolati, specie in Francia, per mandare in frantumi un Trattato di cui però il processo di integrazione aveva bisogno impellente: il diritto comunitario ci dice oggi che così com’è, l’architettura giuridica dell’Unione europea risulta più una protesi della precedente piattaforma comunitaria che una realtà istituzionale a sé. Se di questo si è preso consapevolmente atto nel 2005, l’anno a seguire avrebbe dovuto assistere a dei segnali che già nella storia dell’integrazione continentale ha preso la giusta forma. Penso alla prima, preziosa quanto storica, Conferenza di Messina che nel ‘55 funse da laboratorio politico per l’integrazione europea, arenatasi dopo la bocciatura francese della Comunità Europea di Difesa. Ma se ne potrebbe citare ancora; a dimostrazione che con i corsi e i ricorsi storici di vichiana memoria, il progetto di Europa unita ha ormai una dimestichezza di lunga data. In realtà, le riflessioni e la progettualità, culturale prima che politica e istituzionale, attorno all’idea di Europa ha decisamente latitato durante il 2006. Senza necessariamente dover guardare in casa nostra, non sembra che il dibattito pure potenziale nei mezzi e nelle persone (si pensi alle migliaia di giovani che riversano su Internet le loro esperienze di scambio culturale e universitario) abbia prodotto negli altri Pesi risultati apprezzabili. Eppure le sfide sono lì. E la più grande e, forse, minacciosa si chiama Cindia. Potenze economiche vecchie e nuove (oltre a Cina e India anche Brasile e Russia occupano l’acronimo Bric) che bussano alle porte del mercato europeo e danno corpo ad una ventata di opportunità a cui l’Europa non può che rispondere in modo unanime e deciso. Non si potrà attendere ancora mesi o anni per comprendere quale strada debba intraprendere il Vecchio Continente, né tantomeno se debba avere ragion d’essere un progetto di Stati Uniti d’Europa. Ecco allora che proprio per le classi dirigenti più mature, in cui rientra a pieno titolo Napolitano, si disegna un ruolo fondamentale. Quelle generazioni per intendersi che sono cresciute con l’europeismo di De Gasperi e Schuman piuttosto che di Helmut Schmidt, abituati a discutere, ascoltare e perfino respirare Europa: un europeismo tarato sulla necessità di una ricostruzione, economica, politica e culturale del Vecchio Continente, privato ormai definitivamente del suo ruolo geopolitico. Si tratta di un progetto d’integrazione, durato quasi quarant’anni, che ha cresciuto un intera classe politica Per loro non è pensabile oggi un ruolo passivo, di testimoni nobili di una stagione che non c’è più. Se l’idea di Europa, come ha ripetuto chiaramente Napolitano a Bruxelles, è in qualche modo viva e ancora degna è bene che, proprio nell’ottica di un passaggio di testimone, si ripensi la sua attualità. Un ripensamento appunto culturale, ancor prima che politico e isituzionale: quello che nell’anno appena trascorso è gravemente mancato nei Parlamenti nazionali e di lì presso la società civile. E’ la Politica che deve prendersene carico, e deve la più esperta e matura che deve dare lo slancio. Non credo sia pensabile, specie in un Paese europeista dalla nascita, che si lascino le nuove generazioni, così calate nella realtà continentale e pronti a contribuire non più solo come cittadini nazionali ma comunitari, privi di un progetto chiaro di governance europea. Questo è probabilmente l’oggetto della discussione su una conversione del concetto di Europa. Il vero disagio da cui deve ripartire il processo di integrazione; un deficit di governabilità e di trasparenza che va risolto in funzione delle sfide economiche della globalizzazione. Quegli Stati Uniti d’Europa che, protagonisti vecchi e nuovi ancora oggi dicono di voler edificare, devono forse essere “qualcos’altro”. Rendere più vicine le istituzioni europee, creare un sistema di regole all’altezza di un mercato concorrenziale complesso, elaborare una risposta politica univoca di fronte agli altri player internazionali, sono tutte esigenze ormai troppo sentite e urgenti per poter essere eluse. Specie da chi si fa carico di rispolverare l’europeismo sbiadito di oggi, con linguaggio e prospettive di ieri.

Pubblicato su l"Opinione delle Libertà di giovedi 22 febbraio

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