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Economia italiana ed europea

Occhio ai baluardi

Occorre invertire le priorità: abbattimento di debito e non azzeramento del deficit; crescita con decine di miliardi e non centinaia di milioni da spendere. Altrimenti l’emorragia recessiva diventerà cronica.

di Enrico Cisnetto - 15 giugno 2012

Mario Monti ha annunciato che utilizzerà le dismissioni di patrimonio pubblico come strumento di politica economica. Alleluia. Certo, avremmo preferito che anziché dirlo a Berlino a margine del suo incontro con il ministro tedesco Schäuble, il presidente del Consiglio avesse interloquito con chi – e sono tanti – gli ha posto ripetutamente il quesito del perché non avesse fin da subito adottato il criterio dell’uso del patrimonio pubblico come strumento per raggiungere l’agognato obiettivo di rendere compatibili rigore di bilancio e politiche di sviluppo. Ma pazienza, mi associo anch’io alla reazione degli amici del gruppo Class, che hanno con coerenza battuto questo ferro: meglio tardi che mai. In fondo quello che conta è il risultato. Ammesso – e ancora non concesso, però – che nelle parole di Monti possa davvero intravedersi il traguardo indicato dai riformisti innovatori (mi prendo la briga di autodefinire così coloro che hanno sposato questa idea): dismettere patrimonio per 500-800 miliardi, in modo da poter ridurre sotto il 100% il rapporto debito-pil e nello stesso tempo recuperare i margini necessari sia per fare investimenti pubblici in conto capitale che ridurre il carico fiscale su imprese e lavoro per favorire gli investimenti privati e i consumi. In realtà, il premier ha annunciato che il governo starebbe predisponendo “veicoli, fondi mobiliari e immobiliari, attraverso i quali convogliare, in vista di cessioni, attività del settore pubblico, prevalentemente a livello regionale e comunale”. Non è proprio la stessa cosa di quanto era stato suggerito. Intanto perché la manovra adombrata sembra di ammontare contenuto. Poi, e le due cose sono collegate, perché viene indicata non nell’ambito di una strategia di abbattimento di debito, ma come strumento di contenimento del deficit. “Per evitare nuove manovre”, dice infatti Monti, che tradotto vuol dire vorremmo evitare di aumentare l’Iva per tappare il buco di 3,5 miliardi già misurato nelle entrate fiscali rispetto al budget inserito del Def, cui si deve aggiungere il maggior costo degli oneri sul debito per via del ritorno a spread molto alti. No, non è affatto la stessa cosa. Perché così si lascia il debito invariato – proprio mentre ieri Bankitalia ci ha segnalato l’ennesimo record storico, a 1.948,6 miliardi – e non si creano spazi per agire sulla crescita. E poi, non sarà indifferente la scelta del come e del cosa dismettere. Per esempio, se si dovesse andare ad intaccare la proprietà di Eni, Enel e Finmeccanica, non mi troverei per nulla d’accordo. Anzi, guardo con viva preoccupazione che pezzi importanti del “civile” di Finmeccanica, unici baluardi di un manifatturiero ricco di tecnologia e capacità di innovazione, siano già stati messi in (s)vendita. Per questo la proposta che da tempo immemore mi sono permesso di lanciare, riprendendo un vecchio progetto del professor Guarino, mi sembra l’unica praticabile: trasferire in una società veicolo da quotare in Borsa tutto il patrimonio pubblico, mobiliare e immobiliare, che si intende alienare, e chiamare la ricchezza privata a concorrere alla riuscita dell’operazione con acquisti obbligatori dei titoli della quotanda società (al posto di Imu e future patrimoniali secche). La stessa cosa vale per la spending review. A quanto è dato capire, l’approccio è più rivolto alle marginalità – i cosiddetti sprechi, che per carità in quanto tali vale la pena eliminare, ma non concorrono a formare i grandi numeri – che alle grandi voci di spesa, come il pletorico assetto del decentramento o il sistema sanitario. Cioè fronti che conviene attaccare con riforme strutturali per semplificare e rendere efficiente il sistema-paese, prima ancora che per raggiungere obiettivi di bilancio. E comunque, dal punto di vista del conto economico, le grandi riforme significano ridurre la spesa corrente di almeno 7 punti dall’attuale 52% del pil, cioè parliamo di oltre 100 miliardi, non dei pur rispettabili 4 miliardi e rotti che si ha l’ambizione di far tagliare a Bondi. Anche dal lato degli strumenti, poi, questo lavoro avrebbe potuto essere affrontato con sistemi innovativi. Uno per tutti, quella “Agenzia delle Uscite”, da affiancare all’esistente sulle Entrate, proposta recentemente dal presidente dei commercialisti, Claudio Siciliotti. Insomma, occorre invertire le priorità: abbattimento di debito e non azzeramento del deficit; crescita con decine di miliardi e non centinaia di milioni da spendere (tra stimoli diretti e indiretti). Altrimenti l’emorragia recessiva non solo non sarà fermata ma – tra credit crunch e disincentivi agli investimenti di tutti i tipi (dal moralismo fiscale a depressione originata dal crollo di credibilità del sistema politico e istituzionale) – diventerà cronica.

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