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Nuova politica e classe dirigente

Nuova politica e classe dirigente

La seconda Repubblica ha esaurito la spinta inerziale. Ci vogliono idee nuove

di Davide Giacalone - 11 giugno 2007

Siamo al capolinea, la seconda Repubblica, istituzionalmente mai nata, ha esaurito la spinta inerziale. Prodi equivoca sulla divisa e si crede condottiero essendo bigliettaio, ma quando, presto, il berretto gli sarà tolto non per questo si ripartirà. La politica senza partiti, interpretata da etichette senza storia o rinnegando la propria, s’è svuotata. Forza Italia fu definita “di plastica” nel momento in cui compì la sua operazione politica più significativa, ovvero la vittoria elettorale del 1994, ma poi tutti s’industriano ad imitarne il peggio, creando forze di pongo che mutano forma a seconda delle pressioni, e falsi leaders che sono statue di sale: brillano se battute dal sole, ma si sciolgono con le prime gocce. Siamo al capolinea, ma c’è il rischio di non scendere, di non cambiare, di restare fermi od in viaggio, comunque senza meta.

Taluno dice: chiamiamo i tecnici, magari pensandoli come unici politici. Ma guardate Padoa Schioppa: avalla l’esistenza del buco, ed invece c’è il tesoretto; nega l’aumento agli statali, e glielo danno; chiede la riforma delle pensioni, e non se ne parla; prima condivide l’aumento delle tasse, poi ne chiede la diminuzione; nel frattempo si presta a far fuori gli avversari dalla Rai e ad attaccare la Finanza. Basta, grazie. In politica ci vogliono idee, ma anche forza. Chi non ne ha deve scegliere: o si dimette o segue la corrente. Non mettiamo altri bei nomi a far la fine dell’ennesimo banchiere.

Si provino, allora, le larghe intese? Ma queste sono cose che si fanno subito dopo le elezioni, mica alla probabile vigilia. Si sarebbero dovute fare l’anno scorso. Forse si crede che in Italia sia sempre stato così, ma non è vero. Un tempo l’Italia era importante, segnava il confine con l’impero sovietico, era una frontiera da difendere e la nostra politica interessava gli alleati. Oggi, se ci va bene, restiamo coperti dall’ombrello difensivo statunitense, magari con un governo che se ne lamenta pure. Siamo più liberi di farci del male. Il disgusto, quindi, aggrava le cose, mentre serve una voglia forte d’impegno. Serve la capacità di rivolgersi a tutti gli italiani con parole e pensieri che parlino del futuro e della possibile ripartenza. Serve politica e nuova classe dirigente, altrimenti si resta sull’autobus che vaga nel niente.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario