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Non c’è peggior sordo di chi non voglia sentire

Nulla si distrugge. Tutto si conserva

Le province? Un inutile spreco di tempo e denaro

di Davide Giacalone - 29 maggio 2007

Si era nel 1970 quando Ugo La Malfa disse: visto che abbiamo fatto (male) le regioni, aboliamo le province. Sono passati trentasette anni e questi enti territoriali inutili sono ancora lì. Fra i cittadini elettori ci sarà una percentuale da prefisso telefonico che sa di che si tratta e quali sono le competenze. Ad ignorarle, del resto, ci sono anche moltissimi che si sono candidati e che sono stati eletti. Insediandosi verranno ragguagliati, così scoprendo d’essere utili, sì e no, a se stessi. La percentuale dei votanti cala a vista d’occhio, con un meno 6.9 per cento. Ma è più interessante quella di chi si è recato alle urne: 58 per cento. Autentici eroi della democrazia, martiri della scheda, affezionati cultori del rito elettorale, cittadini politicamente sensibili che ancora s’appassionano alla gara fra schieramenti anche quando in palio c’è il nulla.
Il cielo mi protegga dalla tentazione di accodarmi a quanti biascicano sui costi della politica o pretendono di risolvere i mali d’Italia appiedando qualche amministratore. Il problema vero non è l’ufficio, la segretaria, la macchina con autista che sarà assegnata ai nuovi (come ai vecchi) amministratori delle province. L’angoscioso quesito è un altro: che ci fanno, dove vanno? I più volenterosi gireranno la provincia, parteciperanno alle sagre della fava ed a quelle del pecorino, saranno solidali con i coltivatori di carciofi e gli allevatori di bufale, ma saranno inutili a tutto ed a tutti, ivi compresi fave, carciofi e bufale.

I più ambiziosi inizieranno subito una nuova campagna elettorale, magari ingannati dalla popolarità guadagnata il giorno delle elezioni, con il loro nome proiettato sugli schermi della politica nazionale, ma vivranno un’illusione, perché nel giro di qualche ora saranno inghiottiti dal nulla conquistato. Si potrebbe dedurne, in fondo, che sarebbe bene abolire le province. Ma essendo la cosa già detta trentasette anni fa, si ha un certo pudore a ripeterla. E, poi, sappiamo che non si cancella e non si abolisce, semmai si somma e s’istituisce. Mettiamola così: è un modo per trovare un lavoro ai giovani ed occupare il tempo libero degli anziani.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario