ultimora
Public Policy
  • Home » 
  • Archivio » 
  • Nucleare: volano di crescita e sviluppo

Il giusto mix energetico che serve all’Italia

Nucleare: volano di crescita e sviluppo

Una straordinaria occasione per ammodernare il sistema-Paese e uscire dalla crisi

di Enrico Cisnetto - 14 luglio 2009

Fatta la legge, trovato il volano (della crescita). Sono passati cinque giorni dall’approvazione definitiva del “ritorno al nucleare”, all’interno della Legge Sviluppo, e sebbene sia ancora presto per l’individuazione dei siti per le nuove centrali – come ha detto ieri il ministro Prestigiacomo – è chiaro che le implicazioni economiche di questa scelta che colma un ritardo di 22 anni dallo scellerato referendum del 1987 sono epocali. Più che la sconfitta delle varie lobby della paura e dell’oscurantismo, più che di un’opinione pubblica che finalmente – ma non diciamolo troppo forte – sembra essersi allineata a quelle dei paesi che con l’atomo coabitano felicemente da decenni, più ancora che la marcia indietro di molti paladini dell’antinuclearismo – dal nostrano Chicco Testa a Patrick Moore, fondatore di Greenpeace – è sulle ricadute economiche (in tempo di crisi) che tale scelta avrà che merita mettere l’accento.

E non soltanto in termini di risparmi. Intendiamoci, riportare l’Italia a un giusto mix energetico, puntando all’obiettivo delineato dal ministro Scajola, di arrivare ad abbattere dall’attuale 85% al 50% la nostra dipendenza da petrolio e carbone, introducendo un 25% di energia da atomo, sarà fondamentale per guadagnare competitività. Anche perché il greggio negli ultimi mesi sta battendo ogni record di oscillazione, sia verso l’alto che verso il basso, causando non pochi problemi al mondo produttivo.

No, il ritorno all’atomo avrà conseguenze dirette sul sistema produttivo nazionale, creando un circolo virtuoso su investimenti, redditi e consumi. Basti pensare che ogni centrale nucleare Epr – ovvero di terza generazione, come quelle francesi attualmente operanti in Francia, paese all’avanguardia – prevede l’investimento di oltre 4 miliardi di euro, e l’assunzione di 2.500 dipendenti per circa 4 anni.

Ogni impianto, come ha sottolineato qualche giorno fa il numero uno di Enel, Fulvio Conti, comporta l’assunzione di 500 tecnici specializzati e altrettanto personale per manutenzione e servizi vari. Si tratta dunque di un eccezionale volano di sviluppo: ogni centrale è una “mini-finanziaria”, che può mettere in atto quel processo keynesiano di ripresa di cui c’è disperato bisogno in una fase recessiva come questa.

Ma è un processo che non serve solo a contrastare fenomeni congiunturali.

Al contrario, ha importanti implicazioni di lungo periodo: con un effetto di selezione industriale verso l’alto. In Italia, infatti, esistono società che da anni agiscono in prima linea, ma solo all’estero, nella progettazione e gestione di centrali. La stessa Enel non crea per ora neanche un megawatt di nucleare in Italia, ma ne ha ben 5.700 installati e 2.400 in costruzione tra Spagna, Slovacchia, Romania e Francia, grazie a un’accorta politica di accordi e acquisizioni internazionali.

Così come Ansaldo Energia, che tramite la sua divisione Nucleare creata nel 2005, è il “braccio” che realizza fisicamente queste centrali. Ma non ci sono soltanto questi due “big”: in Italia ben 34 aziende sono impegnate in questo settore, all’avanguardia dal punto di vista delle tecnologie, come la bresciana Camozzi, leader mondiale nella produzione di turbine e generatori di vapore.

E poi ancora colossi come la Techint della famiglia Rocca. Insomma, il nucleare “made in Italy” in questi 22 anni di black-out ha perso molto per strada, ma non tutto. Certo, se pensiamo che l’Italia, grazie ai “ragazzi di via Panisperna”, fu la prima a entrare nell’energia atomica, nel 1963 con la centrale di Latina, si può calcolare quanto patrimonio – in denaro, know how e risorse umane – sia stato sprecato.

Ma almeno una parte di quella straordinaria esperienza è stata preziosamente conservata. E altro know how si è generato ex novo: con gli ingegneri dell’Enel che oggi vanno “a scuola” di nucleare a Flamanville, in Normandia, o con i 200 “cervelloni” in attività all’Ansaldo.

O ancora, grazie ai “magnifici sette”, i sette corsi di ingegneria nucleare rimasti in Italia nonostante la “damnatio memoriae” del 1987. Presso gli atenei di Torino, Milano, Genova, Bologna, Pisa, Roma e Palermo, sono attivi centri di eccellenza internazionali in questo settore che collaborano con gruppi come Westinghouse e General Electric.

Finora tutte queste straordinarie professionalità sono state impegnate a creare centrali sicure in giro per il mondo, Stati Uniti e Cina in testa. Adesso si tratta di metterle, finalmente, a profitto per il bene del Paese. E qui lo Stato deve giocare un ruolo centrale: non solo creando positive sinergie tra il mondo della ricerca e quello dell’impresa, ma agevolando la crescita di “size” dei gruppi industriali del settore, supportando l’intera filiera del nucleare e tutto il suo indotto.

Non solo: lo Stato dovrà, d’ora in poi, “accompagnare” la scelta dei prossimi siti nucleari, con una intelligente politica di incentivi ai territori, per sconfiggere qualunque rigurgito di “sindrome Nimby”. Incentivi politici e di comunicazione – intesi come condivisione delle decisioni, anche se poi il potere centrale dovrà far sentire forte e chiara la sua voce, per evitare qualsiasi “caso Scanzano” in futuro – ma anche e soprattutto incentivi economici, come detassazioni varie, abolizione delle imposte locali, sconti su carburanti e utenze. Insomma, lo Stato, tramite il nucleare, ha l’occasione di tornare ad esercitare sia la sua piena sovranità sul territorio sia una forte linea strategica di politica industriale.

Con il risultato che ci troveremmo comunque di fronte ad una straordinaria occasione per ammodernare il sistema-Paese e uscire dalla crisi anche se paradossalmente l’atomo fosse un’energia superata e troppo costosa, come qualcuno sostiene. E sappiano che non è così.

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario