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L’effetto<i> Nimby</i> non porta a nessun risultato

Nucleare: “Non è mai troppo tardi”

L’energia nucleare italiana rischia di uscire dalla cronaca per entrare nella leggenda

di Davide Giacalone - 16 febbraio 2010

Ho un tema e un luogo, da suggerire alla campagna elettorale e al dibattito politico. Scendendo da nord verso Roma, costeggiando il mare, ci s’imbatte in una perla che racchiude in sé il meglio del masochismo nazionale: Montalto di Castro. Un monumento al nucleare mai nato, che si può comodamente osservare grazie alla genialità ingegneristica di chi ha inventato l’approccio sadodemenziale alla viabilità, talché una strada a quattro corsie diventa improvvisamente a due e trova l’ingresso in autostrada dopo un distributore di benzina e una rotatoria con stop, di modo che ciascuno abbia il tempo d’osservare, da fermo e per chilometri, bastando un afflusso leggermente superiore al minimo, sia l’imponenza dell’opera in cemento che il fiorire di venditori d’ortaggi e formaggi, capaci di mettere a profitto quel corteo che incede senza procedere.

Il sogno ecologico del Paese deficiente: file e scarichi, ma niente atomo e autostrada. Qui politici e candidate potrebbero utilmente rispondere alla domanda: che pensate di fare, di passare oltre usando i lampeggianti, come faceva il ministro che ha casa ad Ansedonia, o di trar tutti fuori dal grottesco?

Inseguendo l’economia verde, che accompagni sviluppo con meno emissione di gas serra, gli statunitensi rilanciano il piano atomico e mettono in cantiere nuove centrali. Noi, per parte nostra, da quella fonte siamo letteralmente circondati, e, del resto, ne approfittiamo per acquistare energia elettrica già prodotta. La paghiamo cara, per giunta rinunciando ad avere competenza propria in una tecnologia non destinata a tramontare, e senza avviare lavori che durerebbero a lungo e metterebbero in circolazione molti quattrini.

Il governo ha deciso di rimettere mano all’atomo, seguendo l’insegnamento del mitico Alberto Manzi: non è mai troppo tardi. Ha innescato, però, una reazione a catena che rischia di fonderci nel ridicolo: non solo ci vogliono diciotto mesi per consultare le regioni, ma ciascuna amministrazione, sia essa già insediata o appena candidata, sia di destra o di sinistra, già proclama la propria contrarietà.

Così procedendo, l’energia nucleare italiana s’avvia nella direzione dell’autostrada tirrenica: uscendo dalla cronaca per entrare nella leggenda. Nel Lazio le candidate si dicono contrarie all’atomo. Non è il caso, in un momento così delicato, di sfidare l’impopolarità. Il cambio di genere, quindi, non ha portato un cambio di mentalità, e neanche una maggiore attenzione alla contabilità: la maggioranza degli italiani difatti è favorevole al nucleare (la fonte è Renato Mannheimer), dimostrando che la vecchia campagna referendaria, che i petrolieri finanziarono per far ridere il sole e impoverire gli altri, ha lasciato una radiazione più nella testa dei politici che della gente. E se anche così non fosse, resterebbe che il compito della classe dirigente è quello d’indirizzare al bene comune, non quello di seguire la corrente del consenso.

Guardate la scena che avete davanti agli occhi: per realizzare un’opera pubblica e finirla nei tempi previsti, si è costretti a derogare dalle regole e affidarla alla protezione civile, lo Stato stesso, insomma, scantona le proprie leggi pur di ottenere un risultato, e, contemporaneamente, a conferma della turpitudine, quando si tratta di costruire quel che hanno nel resto d’Europa, tutti corrono a dirsi contrari, fino al punto che, forse, i nostri soldi li investiremo in Albania. Fermi, in fila, fra i tubi di scappamento e all’ombra delle torri zebrate, che attirano le scolaresche per visitare l’annesso, inutile, museo, godetevi lo spettacolo dell’Italia ecologica. E, per favore, arrabbiatevi.

Pubblicato da Il Tempo

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