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L’esempio dell’Epr francese e della Finlandia

Nucleare nella prospettiva europea

L’energia atomica torna a essere una variabile degli equilibri e della stabilità nel mondo

di Antonio Picasso - 24 maggio 2006

Un quadro atomizzato, in cui alcuni cercano di dominare e altri di non essere schiacciati. A oltre quindici anni dalla fine della Guerra fredda, l’energia atomica – come arma e come fonte energetica – rischia di tornare a essere l’asse intorno al quale ruotano gli interessi e gli equilibri politico-economici mondiali.
Questa prima metà del 2006 è già stata caratterizzata da una crisi energetica – quella dei ricatti del gigante russo Gazprom – che ha fatto aprire gli occhi all’Occidente, soprattutto all’Europa e ancor più all’Italia, in merito alla quasi totale dipendenza della nostra economia dai paesi esportatori di gas e petrolio. E mentre oggi si assiste a un braccio di ferro diplomatico con l’Iran, che rischia di tradursi in un nuovo scontro militare, il problema energetico è stato incautamente rinviato a stagioni più fredde, quando sarà troppo tardi per intervenire e l’Europa occidentale si troverà nuovamente costretta ad abbeverarsi ai rubinetti russi, vittima quindi degli sbalzi di umore del Cremlino.
E così il tema “nucleare sì, nucleare no” è tornato di moda. Con i casi di Francia e Finlandia – ma presto farà lo stesso anche la Gran Bretagna – che stanno realizzando progetti esemplari, finalizzati a un’effettiva autonomia in termini energetici. Il Paese più nuclearizzato d’Europa – l’energia atomica incide per quasi l’80% sulla produzione totale di energia francese – ha dato il via alla costruzione del primo Epr, il reattore di terza generazione, ad acqua pressurizzata. Un gioiellino di 1.600 megawatt, capace di servire un milione di utenti per sessant’anni, ma anche generatore di un volume minore di scorte radioattive. Il lavoro terminerà nel 2012, con l’apertura della centrale a Flammanville (in Normandia). Ma sono in progetto anche altre quattro centrali Epr. L’esempio finlandese, a sua volta, offre gli spunti per studiare l’impatto politico della scelta nucleare. Iniziato nel 1997, con l’approvazione dal parlamento dell’Energy Strategy Report, il cammino si è concluso nel 2005 con l’apertura della prima centrale atomica finlandese, la quale comincerà a produrre energia nel 2009. La decisione – seppure frutto di lunghe trattative – è figlia della collaborazione e del dialogo bipartisan tra parlamento ed esecutivo. E ha funzionato.
L’Italia, allora, non dovrebbe far altro che seguire questi due esempi. L’Enel, oltre ad avere parte attiva nel programma francese, si è aggiudicata, nell’aprile scorso, il 66% della Slovenske Elektrarne, gruppo che controlla oltre i quattro quinti della produzione elettrica slovacca, tra cui il nucleare. Interessi, questi di oltre frontiera, che danno ossigeno a quel che resta dell’industria nucleare italiana. Tutto sta superare le Alpi e i pregiudizi degli irriducibili anti-atomici. Secondo un recente sondaggio dell’Ispo, il 54% degli italiani sarebbe favorevole al ritorno al nucleare. Il terreno è pronto per la semina, allora.
Ma è anche vero che, ragionando in termini prettamente italiani, si rischia di sottovalutare i costi massicci dello smaltimento di scorie che incidono sul settore. Un’alternativa, allora, sarebbe quella di lanciare un progetto di respiro continentale, tale per cui tutta Europa diventi una grande produttrice di energia atomica, come gli Stati Uniti, e soprattutto svincolata dai paesi produttori di gas e petrolio.

Pubblicato sull’Indipendente del 23 maggio 2006

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