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Partito Democratico e questione settentrionale

“Nord terra ostile”

Per Alfieri Veltroni è ancora “un nordista immaginario”

di Francesco Chiamulera - 18 marzo 2008

“Riusciranno i nostri eroi”? La domanda aleggia nei commenti e nelle analisi tra lo scettico e il moderatamente ottimista che i giornali stanno producendo riguardo alla campagna di Walter Veltroni in queste settimane. L’ultimo a chiederselo è stato Edmondo Berselli su “Repubblica” di lunedì 17 marzo: riuscirà il leader del Pd a conquistare il voto del nord? Quel “profondo nord”, come ormai lo si chiama con un efficace ribaltamento della vecchia formula “profondo sud”, a significare un’appartenenza politica consolidata, inviolata dai tempi della discesa in campo berlusconiana? Per rispondere a questa domanda, che vale un milione di dollari, o meglio svariati milioni di voti nelle urne del 13 e 14 aprile, può essere utile andarsi a leggere un bel libro di Marco Alfieri, nelle librerie in questi giorni: “Nord terra ostile. Perché la sinistra non vince” (Marsilio).

Il filone è quello dell’inchiesta sociopolitica sulla “terra delle partite Iva”, che prese avvio con l’ormai mitica analisi firmata Sandro Viola per Repubblica il 23 febbraio 1994, alle soglie della prima vittoria berlusconiana. “Non solo nani e ballerine, non solo yuppies di provincia”, spiegava Viola ad una sinistra poco accorta della rivoluzione elettorale che si preparava a nord del Po.

Qualcosa di simile fa Alfieri, giornalista del Riformista e poi del Sole 24 Ore, con prosa evocativa, gustosamente drammatizzante, venando l’inchiesta con documentati approfondimenti sulle nuove realtà economiche del Nord: da quel Piemonte dove la crisi del modello Fiat ha dato la stura ad una nuova realtà industriale di media dimensione, postfordista, “un manifatturiero diverso, meticciato al terziario (...), medie imprese collegate all’alta formazione politecnica (...), creatività diffusa, e, non ultimo, una nuova schiatta di imprenditori”; a quel Triveneto il cui tessuto economico si va riorganizzando velocemente e che grazie all’intesa sottotraccia tra i governatori Illy e Galan sfida le barriere nazionali nella creazione di una macroregione europea con Slovenia e Carinzia.

Ma il Partito Democratico, a livello nazionale, mostra di non avere contatto con queste realtà emergenti, spiega Alfieri: “il centrosinistra è fuori partita al Nord (...), dove è minoranza culturale e antropologica”. E la retorica veltroniana del “rompere gli argini”, osare, aprirsi al riformismo? Le nuove parole d’ordine mutuate da certa destra, “merito”, “meno tasse”, “tolleranza zero”, eccetera? “Nordisti immaginari”, commenta Alfieri: sono solo “parole parole parole”, che durano da più di un decennio, dai tempi del Pds. Perché Bersani non si candidò alla guida del Pd lo scorso autunno? Perché il segretario lombardo dei Ds all’ultimo congresso rimase del tutto inascoltato? Perché nel capoluogo ambrosiano tutto quello che riesce alla sinistra è un eterno ritorno alla “società civile” delle Krizia e delle Milly Moratti? Insomma, Alfieri non si fa illusioni sul breve termine: la conquista dei ceti produttivi settentrionali da parte del centrosinistra è di là da venire.

Ma qualcosa si muove, persino nella provincia più rossa, quella Reggio Emilia in tumultuosa trasformazione, economica e (forse) politica. Forse, allora, “il solito gracile riformismo italiano con molte idee ma poco carattere” dovrà trovarsi di fronte ad una realtà sconosciuta. E reagire.

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