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Urgono scelte strutturali

Non sprecare il G20

Le quattro mosse che l'Europa deve fare per frenare la crisi

di Enrico Cisnetto - 14 ottobre 2011

Più la crisi europea si fa grave e più diventa chiaro cosa occorre fare. Anche perché il crescente pericolo che salti l’eurosistema, e con esso la gran parte della banche continentali e di conseguenza le economie reali – con un avvitamento mondiale per via del sicuro coinvolgimento nel disastro degli Stati Uniti – rende evidente che gli interventi tampone, o anche quelli importanti ma non radicali, non servono a nulla. Un po’ come le manovre tutte congiunturali, e per di più recessive, fatte in Italia nel tentativo, inutile e sbagliato, di azzerare il deficit.

Dunque, scarnificando, si possono ridurre a quattro le mosse che l’Europa deve fare: le prime due sono di freno immediato alla crisi, le altre puntano alla soluzione strutturale dei problemi. Ma tutte queste decisioni devono essere prese contemporaneamente, e subito. Quelle di blocco della crisi riguardano due interventi: di sostegno ai paesi esposti al pericolo della pressione speculativa sui titoli di Stato, misurato dagli spread, e di salvataggio (possibilmente preventivo, per evitare nazionalizzazioni) delle banche di tutti i paesi, compresi quelli forti, che come ha ben chiarito Trichet non sono affatto esenti da rischi e rappresentano il vero motivo che dovrà spingere tutti, Germania compresa, a convergere. Finora il rimpallo delle responsabilità ha bloccato tutto, ma così non se ne esce.

Sia chiaro, capisco il cittadino tedesco che si chiede perché mai dovrebbe pagare una parte dei debiti della Grecia o degli altri paesi in pericolo. Capisco meno, anzi non capisco per niente, i leader tedeschi – signora Merkel in testa, cui evidentemente manca molto la forza politica che le dava la Große Koalition – i quali sanno benissimo che se salta Atene, o tanto peggio Madrid e Roma, salta anche Berlino. La cosa è macroscopicamente evidente per quanto riguarda il sistema bancario, che rischia un cortocircuito continentale non senza aver prodotto un disastroso credit crunch che a sua volta creerebbe recessione. Qui occorre uscire da un balletto a tre, privati-governi-Bce, paralizzante.

Non più tardi di 48 ore fa Barroso ha proposto che per la ricapitalizzazione delle banche prima si devono trovare risorse private – dimenticando che chi era in condizioni di aumentare il capitale già lo ha fatto – poi chiedere l’intervento dei governi e solo come ultima istanza ricorrere al fondo Efsf. A parte che andrebbe specificato se il fondo salva-stati deve intervenire anche sulle banche – io credo sia necessario – ma soprattutto se deve usare solo la dotazione data dai governi (quella attuale o di più?) o usare la leva della Bce, in tutti i casi è chiaro che se fossero vere le cifre sbalorditive che circolano su quanti soldi necessitano per sistemare il patrimonio del sistema bancario europeo – per esempio, Hsbc stima da un minimo di 98 a un massimo di 192 miliardi (di cui tra 26,8 e 45,3 miliardi la quota italiana) – allora l’intervento dei governi tramite Efsf, ancor meglio se nel frattempo trasformato in Esm (fondo europeo di stabilità), sarebbe assolutamente indispensabile.

Così come lo è, necessario, per i paesi in pericolo. Su questo concordo pienamente con Nouriel Roubini: “serve uno spartifuoco” che metta in sicurezza Italia e Spagna, creabile solo con un “massiccio ampliamento” del fondo Efsf, trasformato in un bazooka attraverso il meccanismo della leva finanziaria. Roubini sostiene che gli attuali 440 miliardi basteranno solo fino alla fine dell’anno e che quindi di miliardi ne servono ben duemila.

Una cifra che solo con la primaria e convinta iniziativa della Germania si può raggiungere. Ma quello che l’economista turco non dice è che per fare questo passo occorre una preventiva scelta politica di fondo: il sì alla creazione degli Stati Uniti d’Europa, quella che io considero la prima delle due scelte strutturali che vanno fatte subito. È come la discussione sugli eurobond: si può essere d’accordo sullo strumento, ma è evidente che senza un vero governo europeo si tratta di una scelta inattuabile. Anche perché altrimenti ci troveremo sempre una Slovacchia qualsiasi pronta a votare contro usando quel diritto di veto che l’attuale meccanismo dell’unanimità regala a ciascun membro del club europeo. A quanto pare anche Obama ha chiesto alla Merkel nei loro recenti colloqui di attivare subito il processo di unificazione politico-istituzionale, se non di tutti i 27 paesi almeno di quelli dell’euro.

Ed è probabile che la paura di contagio che gli Usa hanno spingerà il presidente americano a triangolare anche con la Cina questa (salutare) pressione. E qui ecco la grande occasione per la seconda scelta strutturale che occorre mettere in campo. Occorre che l’Europa approfitti della paura americana per imporre a Obama quella riforma del sistema finanziario (limitazione degli strumenti derivati e del loro uso) e del sistema bancario (ritorno alla separazione tra banca commerciale di breve termine e banca d’affari di medio-lungo) che o è planetaria o non è. Il G20 di Cannes, in programma a inizio novembre, è l’occasione giusta. Difficile? Maledettamente. Ma non c’è alternativa.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario