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Pareggio di bilancio in costituzione

Non sono le regole astratte a salvarci dalla recessione

C’è un unico caso in cui il vincolo costituzionale di pareggio di bilancio può avere un senso, ed è quello in cui gli Stati fanno parte di una federazione

di Enrico Cisnetto - 04 maggio 2012

La scelta di fissare nelle Costituzioni dei paesi europei l’obbligo del pareggio di bilancio è nello stesso tempo idiota, inutile e pericolosa.

È idiota, perché la virtù per via costrittiva è un non senso sempre e comunque, tanto più se si tratta di materia in cui la politica è doveroso che eserciti la discrezionalità di scelta che gli è propria. E poi perché non è affatto vero che si tratti di un criterio di buona amministrazione della cosa pubblica. È inutile, perché in molti casi, come in Italia, è già prevista dalla Carta fondamentale la copertura finanziaria delle leggi, la quale se è rispettata evita il deficit e se non lo è, come quasi sempre avviene, dimostra che non basta fissare una regola costituzionale per ottenere il risultato voluto. Infine, il pareggio obbligatorio è pericoloso, perché – se rispettato – vincola le politiche economiche e monetarie anche quando fosse chiaro che le scelte dovrebbero andare in altra direzione.

Dove sta scritto, infatti, che l’azzeramento del deficit corrente è sempre e comunque cosa buona e giusta? Per esempio, non lo è quando si è nel pieno di una recessione, come quella in corso. Oggi le scelte dei governi dovrebbero indirizzarsi ad abbassare il debito – che tra l’altro è oggetto della pressione speculativa sui mercati – avendo molta più tolleranza sul disavanzo, e non viceversa come è stato fin qui.

C’è un unico caso in cui il vincolo costituzionale di pareggio di bilancio può avere un senso, ed è quello in cui gli Stati fanno parte di una federazione, ed è allo Stato federale – che invece il vincolo non l’ha – che spettano le competenze in materia di finanza pubblica e di politica monetaria, cioè se avere politiche più o meno espansive o deflattive a seconda della congiuntura e delle altre variabili socio-economiche. Insomma, questa scelta sarebbe stata comprensibile se fosse stata fatto in una fase di passaggio verso gli Stati Uniti d’Europa, che poi è il vero obiettivo che la classe dirigente europea dovrebbe darsi se non avesse del tutto perso la capacità di progettare il futuro.

Allo stesso modo, in Italia avrebbe senso imporre il pareggio di bilancio e soprattutto limiti rigorosi all’indebitamento (altro che derivati!) a tutti gli enti locali. Invece, l’Europa del rigore tedesco a senso unico è arrivata a concepire di privare gli Stati nazionali, che in comune hanno solo la moneta e qualche regola di natura burocratica concepita dagli eurocrati di Bruxelles, di strumenti essenziali dei governi, senza trasferire efficacemente tali poteri ad un comune livello federale. Ma visto che tutto questo ha un che di demenziale, possibile che il dibattito orientato dai media non si soffermi su un tema così decisivo, invece che inseguire il gossip nostrano di turno?

Nell’attesa di una resipiscenza improbabile, speriamo nella Francia che, vinca Hollande (che ha già detto di voler mettere in mora la Merkel Politik) o recuperi Sarkozy (che sarà costretto a tener conto del chiaro messaggio mandatogli dai francesi), non potrà non mettere in discussione l’autolesionismo europeo.

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