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Destiniamo più risorse al decreto incentivi

Non solo aiuti “spiccioli”

Gli incentivi ai consumatori sono un’ottima idea che meriterebbe più di 300 milioni

di Enrico Cisnetto - 26 febbraio 2010

Si parla di 300 milioni, anzi per l’esattezza di 309. Se fosse, si tratterebbe di una cifra troppo esigua non solo per far fronte alle tante pressioni che sono piovute sul Ministero dello Sviluppo Economico, ma anche per imbastire un piano di sostegno all’industria minimamente ragionevole. Sto parlando degli incentivi che vanno ai consumatori nell’atto d’acquisto di determinati prodotti, e che indirettamente aiutano le imprese. Sono quelli, per capirci, usati con buon successo per l’auto. E che però, dopo la vicenda di Termini Imerese e lo scontro con la Fiat, ora il governo intende dare ad altri settori – quelli “maggiormente in sofferenza” li ha definiti il ministro Scajola – che non siano le quattro ruote. La logica – positiva – è di aiutare le imprese, e di conseguenza l’occupazione, incentivando i consumi interni, in una fase della congiuntura in cui sull’export si può contare poco, sia perché il commercio mondiale è in regresso (-12% nel 2009) sia perché l’Italia perde quote di mercato (-22% l’export, -24% l’import) per la scarsa competitività dei suoi prodotti.

Risultata improduttiva la strada di sostenere direttamente le imprese, anche perché impraticabile per via delle sanzioni europee ai cosidetti “aiuti di Stato”, e non potendo per ragioni di bilancio e non volendo per l’inopportunità di distribuire aiuti a pioggia battere la via della riduzione delle tasse sulle imprese, non rimaneva e non rimane che scegliere la corsia, stretta ma sicura, degli incentivi al consumo. Il problema, però, è la quantità di risorse che si mettono sul tavolo.

Si era partiti col dire che una parte importante – intorno al miliardo, e comunque non meno 700-800 milioni – dei 4,5 miliardi raccolti con l’operazione scudo fiscale sarebbero stati usati a questo scopo. Certo, inizialmente c’era di mezzo anche il rinnovo, almeno parziale, degli incentivi per le auto. Ma proprio perché quest’ultimo proposito è stato accantonato, a maggior ragione avrebbero dovuto essere di più i denari riservati a quei settori che Scajola e i dirigenti del suo ministero avevano nel frattempo individuato come meritevoli di sostegno. Invece, il risultato è stato che, col passare dei giorni, i denari hanno cominciato a diminuire e i settori da incentivare, o quantomeno quelli che lo pretendevano, ad aumentare. Fino allo stallo delle ultime ore, in cui il confronto tra Tesoro e Sviluppo Economico ha assunto toni accesi proprio perché i milioni sembrano scesi a 300 o poco più.

Spiccioli, se con essi si vogliono aiutare più settori. E’ vero che, meritoriamente, Scajola ha deciso di usare un criterio selettivo ulteriore oltre a quelli delle grandezze (produzione, occupazione, indotto), e cioè di abbinare gli incentivi a obiettivi anche di tipo ambientale – per esempio, solo la classe degli elettrodomestici che risparmiano energia e acqua, o le cucine che eliminano la formaldeide – ma è altrettanto vero che quella manciata di denari serve solo a soddisfare la domanda di consumi di un paio di settori, non di tutti quelli che si sono messi in fila più o meno a giusto titolo.

D’altra parte, nell’ennesima disputa sulla “coperta corta”, Tremonti e Scajola hanno ragione entrambi. Il primo perché tiene d’occhio i conti, e mai come ora che la vicenda della Grecia ha aperto una crisi non banale nell’eurosistema, bisogna stare molto attenti. Ma non meno ragione ha l’altro ministro, spalleggiato dall’intero governo, quando dice che non si può stare a guardare perché se è vero che la recessione è finita, non meno vero è che la ripresa non è ancora partita e che quest’anno e il prossimo saranno anni difficilissimi per il capitalismo nostrano.

Perché una cosa è certa: nel frattempo la produzione industriale è tornata indietro a 25 anni fa, il livello dell’export è addirittura tornato agli anni Settanta e soprattutto la produttività totale dei fattori, cioè l’indicatore che più di ogni altro misura la creazione di valore aggiunto, negli ultimi 15 anni è diminuita del 5%, mentre in Francia e Germania è cresciuta del 26% e del 30%.

Allora la proposta è che al decreto incentivi che Scajola ha preparato siano dati più risorse – sapendo peraltro che non sarebbero comunque risolutive – ma che contemporaneamente si apra un confronto nel governo per assumere alcune misure di carattere straordinario che possano aiutare Tremonti a migliorare i conti e fronteggiare i mercati che trattano i debiti sovrani e nello stesso tempo aiutare ancora di più la ripresa. Dopo le regionali, off course.

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