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Public Policy

Quale futuro attende la politica italiana?

Non servono slogan, ma fatti

Più che una “divina sorpresa”, il Paese necessita di cambiamenti veri

di Cesare Greco - 12 febbraio 2008

Nel suo editoriale di domenica 10 febbraio sul Corriere della Sera, Sergio Romano ha definito, parafrasando Charles Maurras, una “divina sorpresa” la novità costituita dalla volontà del PD di andare da solo alle urne e le contromisure dei partiti della CdL in parte fusisi nel nuovo Partito delle Libertà. Certamente le decisioni di Veltroni e Berlusconi, prese di comune accordo e dopo mesi di contatti più o meno segreti, contribuiscono a semplificare il quadro politico. Ma sono sufficienti per suscitare entusiasmo e speranze per il futuro della politica in Italia? Credo di no.

La frammentarietà dell’offerta politica, e soprattutto l’eccesso di mediazione tra spesso improbabili alleati, è stato certamente un fattore importante nel paralizzare l’azione dei governi della così detta seconda repubblica. Ma la crisi del sistema, l’ostilità dei cittadini verso la classe politica, l’affermarsi di uno spirito antipolitico che non ha precedenti neanche in ciò che avvenne nel pieno di mani pulite, ha radici più profonde e non è certo limitandosi ad operazioni di questo genere che se ne può pensare di giungere a capo. Queste radici sono connaturate alla natura stessa degli attuali partiti politici e sia che si mantengano separati sia che vadano a confluire in più grandi schieramenti non sono estirpabili. Negli ultimi 15 anni, i partiti hanno militarmente occupato tutti i gangli della gestione dei pubblici servizi. Hanno creato leggi o modificato quelle esistenti in modo da potersi assicurare il pieno controllo della spesa e utilizzarlo a fini clientelari, rendendo legali le pratiche di lottizzazione. Tutto ciò ha provocato una drammatica caduta nella qualità dei servizi e un incontrollabile aumento della spesa, costringendo gli italiani a pagare più tasse per ottenerne in cambio servizi peggiori.

Il SSN ad esempio, che dovrebbe assicurare il diritto costituzionale alla salute, è al collasso e gli effetti delle nomine “politiche” degli stessi operatori sanitari ricadono sempre più spesso sulla pelle dei cittadini pazienti. Di questo, come di tante altre inefficienze, che si traducono in danni per i cittadini, gli italiani riconoscono, quasi all’unanimità ormai, il colpevole nel sistema di potere partitico.

Nella prefazione all’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes è scritto fra l’altro : “L’Italia è un paese in ostaggio. Un paese ormai prigioniero della propria classe politica che ha steso sulla società una rete a trame sempre più fitte impedendone ogni movimento, ogni possibilità di azione, ogni desiderio di cambiamento e di modernità, riducendo progressivamente gli spazi di democrazia e mortificando le vocazioni, i talenti, i meriti, le attese, le aspirazioni di milioni di cittadini”. Queste parole fotografano esattamente una condizione che non è certo con slogan presi in prestito da personalità di ben altro spessore politico, come “I care” o “we can”, o con improbabili esortazioni al paese a rimettersi in piedi, che si può pensare di modificare. Allo stesso modo gli slogan non sono più sufficienti a convincere i cittadini di essere animati da una reale volontà di cambiamento. Questi slogan appaiono come parole vuote e prive di significato se non sono accompagnate da una rigorosa analisi autocritica e da un programma che dimostri di volere realmente sradicare la rete di clientele legalmente costruita in questi anni.

Vedremo cosa avranno da proporre i programmi elettorali di PD e PdL, ma è certo che non vi sarà nulla che preveda, e non a chiacchiere ma con concrete iniziative di legge, un passo indietro dei partiti dall’occupazione clientelare della pubblica amministrazione. D’altra parte ciò non sarebbe possibile senza stravolgere i rapporti di forza all’interno dei partiti, senza minare le fondamenta su cui si basa il loro sistema di organizzazione del consenso. Se, nonostante il disastro campano, ormai vera e propria emergenza umanitaria, il plebiscitato segretario del PD, non ha ritenuto di dover prendere le distanze dal presidente Bassolino invitandolo, al contrario, a continuare a dare il proprio contributo, quale credibilità possono avere le sue accorate parole che invitano alla speranza e i suoi impegni a “farsi carico” perché “noi possiamo”?

Ben altre, dunque, sarebbero le cose da fare per potere con entusiasmo parlare di “divina sorpresa”. Ma i nostri politici ci hanno ormai da tempo abituato a periodiche sorprese molto più terrene e dolorose.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario