ultimora
Public Policy

Le cordate d’amicizie e d’interessi non servono al Paese

Non prendiamoci in giro

Di correnti ne abbiamo fin troppe. Sono il riflesso di un mondo politico che non sa fare politica

di Davide Giacalone - 22 giugno 2010

Di correnti ce ne sono già fin troppe, a destra come a sinistra, non sono un pericolo da evitare, un male da contrastare, ma una realtà con cui fare i conti. A scarseggiare, invece, sono le idee, le proposte, i programmi. Le correnti esistono, ma sono cordate d’amicizie e d’interessi, nel migliore dei casi eredità di un passato oramai più sbiadito che lontano. Sono il riflesso di un mondo politico che non sa fare politica.

Il Partito Democratico ha chiamato a raccolta dirigenti e militanti per manifestare contro la manovra economica, naturalmente “iniqua”. I contenuti dell’adunanza erano così interessanti che, da due giorni, non fanno che parlare di un attore che si è rivolto alla platea chiamando “compagni” i presenti. Un dibattito, come si vede, di alta caratura intellettuale, nel corso del quale qualsiasi posizione si prenda si finisce con il rientrare nella categoria di quelli che non hanno di meglio da fare, durante la giornata. Diverso sarebbe stato se si fossero divisi circa la condanna del comunismo, teoria e pratica di miseria, dittatura e morte. Ma è troppo complicato, meglio una bella sceneggiata sul “compagni”. In quanto alla manovra, saluteme a sorete: neanche i presenti hanno idea di quel che si è detto.

Manca il dibattito, dunque, nella sinistra? No, il dibattito c’è, solo che si svolge sulle scemenze e sui personalismi. La componente cattolica, proveniente dalla breve e sfortunata esperienza popolare, chiede di non essere governata solo dagli ex comunisti, mentre gli amministratori del nord reclamano una guida più attenta alle loro ragioni. Pier Luigi Bersani resta lì perché non hanno trovato di meglio e, per darsi un contegno, si continua l’eterna diatriba fra Walter Veltroni e Massimo D’Alama, il primo essendo un “ragazzo di Berlinguer” che afferma di non essere mai stato comunista, il secondo restando l’unico capace di esercitare il comunismo senza comunismo, vale a dire il cinismo senza meta.

Nel centro destra le correnti sbocciano con la rugiada del mattino. Dentro quella che fu Forza Italia i gruppi si differenziano fra quanti sono dalla parte di Silvio, quelli che si sentono parte di Silvio, e quelli che si chiamano Silvio. Ci sono componenti che si richiamano alle vecchie scuole democristiana e socialista, ma chi le anima s’è dimenticato il sugo della lezione, restando affezionato alla parte demenziale del costume: entrambe i filoni di discendenti sono spaccati al loro interno, detestando i fratelli assai più dei cugini. Delle classi differenziali, repubblicana e liberale, s’è persa traccia, avendo essi stessi perso memoria.

Gianfranco Fini ha deciso di capeggiare una componente, in nome del più che sano diritto al dibattito e al dissenso. Ha fatto bene, ma sarebbe meglio se le idee arrivassero sulle cose che contano, e non sul bricolage post missino e autorinnegante, tutto fatto di matrimoni gay e porte aperte agli immigrati. Fatto è che da quando una corrente ufficiale è stata annunciata ne sono sorte a frotte per combatterla, ma tutte a corto d’idee, se non di mera differenziazione e propaganda. Nel mentre ciò capita i leghisti si riuniscono a Pontida, nel ventennale ampolloso, e ribadiscono che, delle due l’una: o il federalismo o la secessione. Ma benedetti ragazzacci, sedete in un governo dove si dovranno federare i ministeri incaricati di fare il federalismo, sebbene la riforma federalista dello Stato (che è un’immonda schifezza) la fece la sinistra, nel 2001.

A chi cavolo lo state chiedendo, ‘sto federalismo? E la cosa comica è che le numerose e confluenti correnti che attraversano il Popolo delle Libertà fanno a gomitate per potere rintuzzare ogni sillaba finiana, ma sul sacro suolo del raduno leghista si trasformano in spifferi, refoli, sospiri, silenzio.

Parlando ai fedelissimi, e rivolgendosi a tutti, Berlusconi ha detto: non facciamo le correnti, non facciamoci del male. Neanche, però, prendiamoci in giro: da una parte e dall’altra è pieno di gente che campa di pro e anti berlusconismo, un’umanità che teme di restare senza ruolo e che, pertanto, s’è messa avanti con il lavoro simulando la vita politica, alla ricerca d’identità. Quel che non riescono a fare è spiegare il perché gli altri, i cittadini, dovrebbero appassionarsi alla travolgente vita del sotto vuoto spinto.

Pubblicato da Libero

Social feed




documenti

Test

chi siamo

Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario