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Gli scontri in piazza

Non opposte violenze

Se dei manifestanti isolano un uomo dello Stato e lo picchiano, si tratta di criminali. Se degli uomini dello Stato picchiano chi non costituisce più una minaccia, non solo commettono un reato, ma offendono la funzione per cui sono stati vestiti e armati

di Davide Giacalone - 17 novembre 2012

Nel nostro prossimo futuro vedremo sfilare molti cortei e assisteremo a non poche manifestazioni, quindi diciamo subito che non possiamo rassegnarci all’idea che siano altrettanti appuntamenti con la violenza di piazza. I gruppi organizzati, che usano quelle occasioni per mettere in atto assalti alle forze dell’ordine, facendo della violenza il loro unico contenuto (alla moda degli ultras del calcio), devono trovare sulla loro strada la repressione. Detto chiaro e senza cincischiare. Gli uomini che lavorano per lo Stato, del resto, non possono essere messi sul piano dei manifestanti, richiedendosi loro il più assoluto rispetto della legalità. Il ministro dell’Interno, Annamaria Cancelleri, fa bene a difendere gli uomini in divisa, ma la sua idea di affiancare le fotografie delle violenze non mi piace. Se è una difesa è il modo sbagliato, e se è un modo per scaricare le responsabilità è un errore peggiore. Chi infrange l’ordine e chi lo difende non è e non deve essere sullo stesso piano.

Posto che il diritto di protestare e manifestare è consustanziale alla libertà e alla democrazia, la prima domanda cui rispondere è la seguente: qualcuno ha impedito le manifestazioni o coartato quei diritti? Credo che la risposta sia: no. Scrivo “credo” nel senso che non mi risulta e dalle molte immagini è escluso. Se i manifestanti, o, per essere precisi, se gruppi di manifestanti, esigui o numerosi che siano, si distaccano dai cortei e provano a forzare i cordoni di polizia, per dirigersi verso itinerari non autorizzati, le manganellate è il meno che consegue. Preferisco, comunque, il fermo e il processo, cui far seguire la condanna.

Le forze dell’ordine sono lì per fermarli ed è giusto che li fermino. L’utilizzo di manganelli, lacrimogeni, idranti e blindati è proporzionale alla concreta minaccia recata all’ordine pubblico. Chiunque strizzi l’occhio a quei violenti si assume una grave responsabilità. Chiunque metta sullo stesso piano chi attacca con formazioni a testuggine e chi respinge tutelando la legalità, parlando indistintamente di “violenza”, o non sa quel che dice o quel che dice è grave.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia. Se dei manifestanti isolano un uomo dello Stato e lo picchiano, o gli spaccano il casco (con cui si protegge la testa di un lavoratore), si tratta di criminali che meritano punizioni adeguate. Se degli uomini dello Stato picchiano chi non costituisce più una minaccia, chi è a terra, chi è di spalle ed è isolato, non solo commettono un reato, ma offendono la funzione per cui sono stati vestiti e armati. Anche in questo caso non è vero che una violenza giustifica l’altra, non è vero che una foto illustra l’altra, perché la violenza dei cittadini è in sé illegale, mentre quella dello Stato deve stare rigorosamente nella legalità. Semmai si deve sostenere che le foto, almeno quelle che conosciamo, di per sé non dicono molto, perché il problema è quel che accade nell’inesistente fotogramma precedente.

I fumogeni si usano per disperdere una massa di persone che sta violando le regole della manifestazione. Ma se i fumogeni vengono sparati su chi se ne sta andando ecco che la faccenda cambia.

Meglio dirle subito, queste cose. Ho più volte scritto che Carlo Giuliani, ucciso da un carabiniere, a Genova, il 20 luglio del 2011, era un violento e un uomo pericoloso. Ho condannato l’assurda idea di titolargli una sala parlamentare (cosa che si deve alla pessima presidenza della Camera, quando colà sedeva Fausto Bertinotti). Ma la fermezza con cui sostengo queste cose non sarà mai condivisione della reazione cieca. O sproporzionata. Di questo è responsabile chi siede al ministero dell’Interno. Non lasciare ombre e accertare la realtà dei fatti, senza inutili estremizzazioni o debilitanti chiusure, è necessario per evitare quel che, altrimenti, accadrà.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario