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Quattro idee per riprendere ad investire

Non cadiamo nella trappola delle illusioni

È indispensabile “investire” sulla crescita per rilanciare l'Italia

di Enrico Cisnetto - 12 aprile 2010

Ora che le elezioni regionali sono alle spalle, e che anche la loro “lettura” politica è ormai data per acquisita, e vista l’irripetibilità del fatto che abbiamo davanti tre anni privi di appuntamenti elettorali, sulla carta è finalmente venuto il momento per le grandi riforme strutturali che, per un motivo o per l’altro, non abbiamo mai fatto.

E l’occasione è troppo ghiotta per farsi condizionare dallo scetticismo che l’inerzia fin qui dimostrata dalla classe politica pure giustificherebbe, o dall’amara constatazione che le grandi scelte strategiche per il futuro del paese sono considerate incompatibili con la vicinanza di elezioni anche amministrative, quasi che il consenso venga prima e a prescindere. Dunque, manteniamo la giusta prudenza per non cadere nella trappola delle illusioni, ma diamo credito agli impegni di cambiamento in queste ore ripetuti quasi come mantra.

E non commettiamo neppure l’errore di dividerci sulle priorità, visto che tutte le grandi questioni che attendono la mano ferma del legislatore – istituzionali, economiche, sociali, di giustizia – sono egualmente importanti e tra loro profondamente correlate. Dividiamoci, questo sì, sul merito delle questioni aperte, in una discussione che sia finalmente costruttiva e, alla fine, dirimente. L’appuntamento di Confindustria in quel di Parma, ieri e oggi, induce a soffermarci sui temi economici.

Anche perché il tam tam quotidiano dei mercati ci dice che la crisi della Grecia non si è affatto risolta, purtroppo, con il tardivo e un po’ confuso accordo – ma sarebbe meglio dire compromesso – trovato in sede europea per assicurare gli aiuti necessari ad evitare il peggio al primo paese dell’area euro a un passo dal default. Il riferimento alla Grecia, sia chiaro, non significa un accostamento tra la loro e la nostra situazione – che, come ha detto a chiare lettere proprio ieri il governatore della Bce Trichet, non sono paragonabili – ma è pur sempre il punto di partenza di un ragionamento su cosa l’Italia debba fare. Allora, la vicenda greca ci dice che, con il debito al 116,8% del pil, non possiamo permetterci di aggiungere un solo centesimo al deficit e al debito che già abbiamo.

Anzi, non possiamo permetterci neppure che si ipotizzi una cosa del genere, e va dato atto al ministro Tremonti di aver saputo ergere una barriera efficace, anche in termini di comunicazione oltre che di sostanza, ai molti tentativi di fargli spendere ciò che non possediamo. “Governare facendo debito pubblico è più facile che governare avendo debito pubblico, ma non è più saggio”, ha detto il ministro dell’Economia al convegno di Confindustria, aggiungendo che “è difficile essere primi sul pil se si è primi sul debito”.

Parole sante, ma che tuttavia non chiudono il discorso. Perché tra non spendere soldi che non si hanno e non spendere punto e basta, ci sono di mezzo – appunto – le grandi riforme. Infatti, se d’ora in avanti la ripresa sarà diseguale ancor più di quanto non fosse l’andamento delle economie prima della crisi, sarà dunque indispensabile “investire” sulla crescita, che non potremo lasciare solo alla nostra capacità di sfruttare la ripresa altrui attraverso le esportazioni. Ma se non abbiamo margini, l’unica possibilità è quella di trasformare pezzi significativi di spesa corrente in spesa per investimenti. Non qualche miliardo, e neppure qualche decina, ma 2-3 cento miliardi. Dove li troviamo, direte voi? Facendo quattro riforme. Primo: la riforma previdenziale. Che significa alzare subito e in modo consistente l’età pensionabile (67 anni, per esempio), magari chiedendo che avvenga in modo omogeneo in tutta Europa. Secondo: la riforma della sanità. Sei regioni in default, uno buco crescente e persino difficile da quantificare.

Non sono elementi sufficienti per farci concludere che il passaggio della sanità alle regioni è stato un fallimento e individuare un moderno sistema mutualistico centralizzato e omogeneo? Certo, è una proposta radicale, e se ce ne sono altre bene vengano, ma almeno se ne cominci a discutere, perché intervenire solo commissariando qua e là non è più possibile. Terzo: la riforma degli assetti dello Stato. Abolire le Province, ridurre a metà il numero dei Comuni, aggregare le Regioni più piccole a quelle più grandi – prendendo come benchmark i lander tedeschi – e togliere di mezzo i soggetti intermedi inutili, tipo le comunità montane al mare, darebbe da solo a regime un risparmio di cento miliardi.

Se ne può parlare intanto che il tema del federalismo viene riproposto come prioritario? Quarto: un intervento una tantum sul debito, attraverso la quotazione in Borsa di una società dove far confluire i beni, mobili e immobili, di proprietà dello Stato. Troppo difficile? Diciamo non impossibile. Occorre “solo” un po’ di coraggio e di lungimiranza. Certo, se gli imprenditori cominciassero proprio a Parma a chiederle a gran voce, queste riforme…

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario