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Il disastro Telecom: specchio dei nostri mali

Non c’è strategia vincente per il futuro

I giochi di prestigio non servono a nulla. L’Italia non ha politica industriale

di Davide Giacalone - 13 marzo 2008

Telecom sembra condannata a rappresentare i deficit culturali, politici ed istituzionali d’Italia. Prima la si è privatizzata malissimo, poi se ne è consentita la scalata in violazione delle regole e per mano di protagonisti che andavano fermati e, invece, trovarono complicità nel governo, successivamente si permise la rivendita fuori Borsa e, nel mentre la gestione Tronchetti affondava nei propri errori, la si è ricattata politicamente. Una Waterloo del mercato, delle regole, della trasparenza e delle autorità di controllo. Ora, dopo avere piazzato le banche al posto della proprietà e fatto entrare gli spagnoli cui prima s’era impedito d’acquistare, si fa finta di credere che tutto il problema stia nella nuova dirigenza, incapace di dare una strategia a quella che fu una grande multinazionale. Non è, solo, così.

La strategia non c’è e non c’è un’idea razionale di futuro. E’ vero, ma la cosa riguarda l’intero Paese. Prendete i programmi elettorali delle forze maggiori e ci leggete il desiderio di diffondere la larga banda, vale a dire le linee che consentono la trasmissione veloce di dati. Cosa tanto giusta quanto generica ed insignificante. Il fatto è che in Europa ci si lamenta perché la fetta di mercato occupata dagli ex monopolisti è ancora troppo grande, ma da noi lo è assai di più. Ci fu un tempo in cui eravamo leader nella penetrazione della telefonia cellulare, adesso ci manca poco e non avremo più un solo operatore italiano. Il che non m’inquieta certo per nazionalismo economico, ma segnala che abbiamo perso la partita nel resto del mondo, e ci apprestiamo a perderla in casa. Il tutto mentre la distinzione fra fornitori di rete e fornitori di contenuti resta un fatto teorico, del tutto sconosciuto nel settore televisivo, caratterizzando il mercato interno come arretrato.

I gruppi che si sono succeduti in Telecom si sono arricchiti a danno della società, distruggendola progressivamente. L’unica strategia che si trasmettevano era la perpetuazione del monopolio possibile, in qualche caso mutandolo in oligopolio. Oggi, nel mentre le azioni precipitano, che diavolo di nuova strategia si vuole se l’estero non c’è quasi più (non parliamo del Brasile!) e l’Italia non ha politica industriale? Forse si chiedeva un gioco di prestigio, ma il cilindro s’è sfondato.

Pubblicato su Libero di giovedì 13 marzo

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario