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Tutto era iniziato con l’opa su Telecom Italia

Non c’è più la “razza padana”

Col declino di Gnutti finisce una stagione del nostro capitalismo. E all’orizzonte non c’è nulla

di Enrico Cisnetto - 21 ottobre 2005

C’era una volta la “razza padana”, speranza malriposta di un capitalismo orfano di establishment. In effetti, delle tante rovinose cadute nella polvere cui assistiamo in questi giorni da parte di molti protagonisti (fugaci) del desolante firmamento finanziario nazionale, non è quella rovinosa di Stefano Ricucci – l’uomo in testa alla speciale classifica di quantità di carta inutilmente stampata per parlare di lui – né quella più gravida di conseguenze di Gianpiero Fiorani – non vorrei essere nei panni dei tanti che stanno nervosamente sfogliando la margherita nell’attesa di sapere se il banchiere non più rampante parlerà di loro nei sui interrogatori-fiume con i magistrati – bensì è l’inciampo di Chicco Gnutti da Brescia ad essere più emblematico. Sì, finora si è percepito solo come un incespicare nella trionfante corsa al denaro e al successo del “signor millemiglia”, quello che sta accadendo all’ormai ex capo della Hopa. In realtà è molto di più. E non solo perché la defaillance di Gnutti avrà conseguenze non banali sulle tante partecipazioni che in questi anni si sono affastellate nello scrigno della finanziaria bresciana e dei suoi satelliti, a cominciare dalla quota del 16% detenuta in Olimpia, primo azionista di Telecom, il cui patto con Tronchetti Provera e i Benetton scade prossimamente. Ma anche e soprattutto perché quello messo su da Gnutti era un sistema che per un lungo periodo aveva fatto scuola e attratto l’attenzione benevola del “circo Barnum” della finanza nostrana (banche, advisor, intermediari, professionisti, media) tanto appunto da far coniare la definizione diventa famosa di “razza padana”. Quest’ultima era un’etichetta con cui si voleva indicare non solo un territorio ricco, ma anche la fenomenologia di uomini d’affari concreti, lontani sia dai “salotti buoni” di stampo meneghino sia dai “palazzi romani” del potere politico. Insomma, gente ruspante, che ignora i congiuntivi e le pierre, ma che vale per il denaro che ha accumulato. Intendiamoci, il “Brambilla” non l’ha certo inventato Gnutti, ma prima di lui si trattava di industriali asserragliati nelle loro fabbriche, capaci al massimo di riempirsi di Bot e Cct. Mentre con quella sorta di “fondo chiuso” messo su da Gnutti convincendo i ricchi delle valli bresciane che nelle sue mani i loro soldi avrebbero reso molto di più di qualunque altro investimento, ecco che da individui erano diventati un sistema. Sempre anonimi, defilati (per carità, meglio non far sapere, tra invidie, rapimenti e fiamme gialle) ma pur sempre un gruppo capace di moltiplicare occasioni e rendimenti, oltre che difendere l’orgoglio della periferia che al massimo ostenta la Porsche del figlio. L’intuizione di Gnutti è stata obiettivamente geniale: c’era molta gente, dalle sue parti, che aveva fatto un sacco di soldi, magari aiutandosi con un po’ di nero, e che, in base al principio italico che l’imprenditore deve essere ricco e l’azienda povera, non aveva altra chance che varcare il confine e farsi il tesoretto in Svizzera. Sì, qualcuno più evoluto si era dotato di off-shore, ma il grosso credeva che quella parola inglese (lingua debitamente sconosciuta) si riferisse ai motoscafi. Ebbene, a quella gente che al massimo si confessava con il direttore della filiale di qualche banca se proprio erano stati bambini assieme, l’ambizioso Gnutti ha dato la possibilità di moltiplicare i loro quattrini e nello stesso tempo di essere parte di una comunità che li faceva sentire importanti. “Vado sul giornale, eppure il mio nome è salvaguardato”, mi ha detto una volta uno di loro, contento come una pasqua dopo l’opa Telecom. Sì, quella fu la consacrazione, di Gnutti e dei suoi sconosciuti azionisti. Non solo un grande affare – tanto il debito per realizzarlo era scaricato sulla società scalata – ma anche l’idea di essere i nuovi “padroni d’Italia”. E mentre Gnutti faceva le interviste sui giornali – che stoltamente ribattezzarono quella scalata come il segno di un capitalismo che finalmente diventava americano – quelli delle valli si procuravano il sottile piacere del potere svelando all’amico il segreto di una speculazione sicura (insider trading? che roba è?).

Forse proprio andando ad un’affollata assemblea di Hopa – rito di appartenenza al clan – Roberto Colaninno deve essersi detto che lui con la “razza padana” non voleva avere più niente a che fare, prima ancora che contrasti sugli interessi e sulla rispettiva visibilità esterna lo inducessero a chiudere con Gnutti anche sul piano personale.

Poi le cose sono cambiate. Gnutti ha smesso di apparire un re Mida, il ritorno in Telecom è apparso incomprensibile ai più (visti i prezzi). Inoltre l’idea che lui stesse costruendosi un suo impero a spese loro era un tarlo che aveva comincia a rodere alcuni. Poi la condanna per insider trading (stavolta tutti hanno capito di cosa si trattasse) passata in giudicato, un altro processo in corso con l’altro alleato di sempre, Giovanni Consorte, e la sospensione per due mesi da ogni incarico societario durante la vicenda Antonveneta, hanno spinto molti soci a ritenere necessario un suo “passo indietro”. Adesso nel mondo finanziario si discute se tra Hopa e Gnutti sarà separazione totale e definitiva, o se – visti anche i nomi che circolano per la sua sostituzione – il finanziere che ama le belle auto rimarrà il padre-padrone, anche se per interposta persona. Difficile fare un pronostico. Ma una cosa è sicura: la “razza padana” non c’è più, il capitalismo italiano ha bruciato un’altra stagione. Senza che nulla si veda all’orizzonte.

Pubblicato sul Foglio del 21 ottobre 2005

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