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Il botta e risposta tra Tps e Francesco Giavazzi

Non è una questione di carattere

I cittadini-lavoratori-consumatori-imprenditori sono rimasti alle regole precedenti

di Enrico Cisnetto - 26 agosto 2006

D’accordo, Tps ha sbagliato a rispondere al “sinedrio”. D’accordo, Tps ha un carattere spigoloso. D’accordo, in politica il cattivo carattere è fatto politico (chiedere conferma a Tremonti se non ci si crede). D’accordo, il metodo è sostanza. D’accordo, d’accordo. Ma possibile che nella querelle tra Tommaso Padoa-Schioppa (che fregatura ’sto cognome, signor ministro!) e Francesco Giavazzi, si tenda a trascurare il merito della questione, e quando lo si affronta si preferisca mettere alla gogna il titolare dell’Economia anziché i suoi compagni di coalizione che si presume lo vogliano impallinare? Capisco la voglia di far cadere questo governo – non ne sono esente, ma non certo per tornare alle urne – però un conto è che se ne assuma la responsabilità la sinistra massimalista, per la qual cosa occorre difendere e non attaccare Tps, e un altro è tentare di indurre il ministro riformista per eccellenza di questa smandrappata compagine governativa ad andarsene senza neppure “averci provato”. Fino ad arrivare a decretarne la morte politica come ha fatto Renato Brunetta a Cortina sullo stesso palco da cui tutta questa storia è nata. Già perché il punto di partenza è una risposta – questa sì di metodo – data da Tps nel faccia a faccia ampezzano con Montezemolo il 10 agosto (per chi l’avesse perso consiglio di riascoltarlo prossimamente su Radio Radicale): al presidente di Confindustria che parlava di tagli alla spesa pubblica, il ministro ha chiesto di evitare quella definizione che può suonare un po’ qualunquista e che comunque è uscita svalutata dai cinque anni di governo Berlusconi (come dimostra la crescita del disavanzo al netto degli interessi sul debito per effetto dell’aumento della spesa corrente nonostante le promesse neo-liberiste). Di questo si è lamentato Giavazzi – che pur trascorrendo le vacanze a Cortina non ha degnato né l’amico ministro né il coeditore del giornale per cui scrive della sua presenza a quell’incontro, forse per idiosincrasia verso il suo organizzatore – nell’articolo del Corriere che ha suscitato la reazione di Tps: qui bisogna tagliare, altro che attendere le riforme strutturali. Come se contenere la spesa sui quattro capitoli fondamentali (previdenza, sanità, pubblico impiego, enti locali) in modo vero e permanente non richiedesse quegli interventi strutturali che nel linguaggio della politica si chiamano “riforme di sistema”.
Certo, è vero che nel Dpef approvato a luglio sono solo indicate le priorità e non i mezzi per perseguirle. Ma, si sa, è la Finanziaria che conta. Lì vedremo se Tps riuscirà o meno nel suo doppio intento, reiterato a Cortina: farla di almeno 35 miliardi, anche se il maggior gettito consentirebbe di accontentare Bruxelles con qualcosa di meno; e farla con interventi non una tantum sui quei quattro capitoli di spesa. Un’opposizione che voglia essere responsabile verso il Paese e nello stesso tempo utile alla sua causa, così come professori che vogliano essere costruttivi e non stucchevolmente assertivi e autocelebrativi, dovrebbero sostenere il ministro nell’arduo compito di realizzare una Finanziaria seria, non decretarne preventivamente la sconfitta prima ancora che la battaglia si sia svolta.
Si dice: altro che Tps, la politica economica la sta facendo Visco con le sue intemerate sul fisco. Vero, ed è giusto chiedere a Padoa-Schioppa di chiarire due cose. Primo: che non è con un ulteriore aumento della pressione fiscale che si risanano i conti pubblici. Secondo: che sul terreno del recupero di base imponibile è opportuno evitare l’espressione “lotta all’evasione” (così come “tagli” sul fronte della spesa), non perché non sia opportuno e doveroso fronteggiare il crimine fiscale, ma perché va detto con chiarezza e una volta per tutte che l’elusione pesa più dell’evasione e che in un Paese che ha un terzo della propria economia in nero non è con l’anagrafe fiscale e la Guardia di Finanza che si vince la partita. Ecco, caro ministro Padoa-Schioppa, questo è un terreno su cui la sollecito a schierarsi proprio in nome di quel richiamo alle riforme e non alla demagogia (sia essa sul fronte delle entrate come delle uscite) che ha giustamente inteso fare: per far pagare le tasse a chi non le paga o le paga in modo meno che proporzionato, così come per far emergere il sommerso, occorre stipulare con gli italiani un nuovo patto sociale, nel quale sia indicata la necessità di definire un sistema di convenienze a regolarizzare qualunque attività economica. Perché le ampie fasce di elusione ed evasione – cioè l’altra faccia della medaglia del sommerso – non sono il prodotto di una crescente tendenza criminale, ma il contenuto di uno scambio sociale in cui la “tollerenza fiscale e contributiva” era uno dei principali elementi. Ora quel patto è finito col cadere della Prima Repubblica – ed in altra sede discuteremo se ciò sia stato un bene o un male – ma non è mai più stato sostituito con nulla. Così i cittadini-lavoratori-consumatori-imprenditori-professionisti sono rimasti alle regole del gioco precedenti, mantenendo ferme le loro aspettative e difendendo i loro privilegi, senza che alcuno si sia assunto la responsabilità, e dunque l’onere politico-elettorale, di spiegare loro che non c’erano e tantomeno ci sono oggi le condizioni perché tutto resti come prima. Lo spieghi Lei, ministro Padoa-Schioppa, che ha onestà intellettuale e nulla da perdere, se davvero vuole fare una Finanziaria seria e traghettare il Paese fuori dal declino.

Pubblicato sul Foglio del 25 agosto 2006

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