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Limiti di legge su stati d’animo soggettivi

Non è una gara tra le disgrazie

Il testamento biologico comunque con il caso Welby non c’entra niente

di Davide Giacalone - 26 settembre 2006

Piergiorgio Welby, malato grave e totalmente invalidato, ha impropriamente posto al Presidente Napolitano, e legittimamente all’attenzione pubblica, il tema dell’eutanasia. Basta, egli sostiene, la mia non è vita e voglio che finisca. Poche ore dopo Cesare Scoccimarro, che si trova nelle stesse condizioni di Welby, ha fatto sapere che intende vivere, ed il più a lungo possibile. Non si tratta di mettere in gara due disgrazie, ma di capire quali sono i limiti della legislazione quando dai fatti oggettivi si passa agli stati d’animo soggettivi.
Qualcuno ha detto che il punto di riferimento deve essere il testamento biologico, con il quale, quando si è in possesso delle proprie facoltà mentali, si indicano i limiti dell’accanimento terapeutico che s’intende subire, nel caso (tipo come profondo) quelle facoltà vengano meno. Intanto lo si regolamenti, il testamento biologico, ma con il caso Welby non c’entra niente. Egli ha una sola facoltà esercitatile, ed è proprio quella mentale. Il guaio è che mentre con il testamento biologico si accertano condizioni oggettive, si contano, ad esempio, le settimane ed i mesi dalla perdita di attività celebrale, stabilendosi quando, secondo la volontà pregressa, è da staccarsi la macchina che mantiene una vita vegetale, qui si dovrebbe dare esecuzione all’eutanasia, ovvero alla soppressione di una vita, sulla base di uno stato d’animo che, per quanto comprensibile, non è oggettivo, non è misurabile, come Scoccimarro dimostra. E allora? Allora non se ne esce, non c’è modo di legiferare con la precisione e la chiarezza che il caso pretende. Si resterebbe nel vago e nell’oscuro, così come oggi, in quella zona, si muovono le eutanasie di fatto. L’unica cosa che mi sento di dire, dunque, è che ciascuno di noi ha diritto di rifiutare una terapia, con questo non perdendo il diritto a che si faccia il possibile per evitare il dolore. Punto.
Welby, però, è copresidente dell’associazione Luca Concioni, ha posto un problema politico e morale, meritando di essere trattato come soggetto umano e politico, non come oggetto di pietà. E’ con questo profondo rispetto che osservo quanto diversa fosse la battaglia di Concioni: invalidato e morente continuò a battersi per la libertà della ricerca scientifica, affinché fosse la vita a vincere.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato su Libero del 26 settembre 2006

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