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Un Centro ancora instabile

Non è mica Kadima

Al Centro di Monti mancano disegno strategico e appeal. Ma c'è ancora modo di fare il Pri - Partito Riformista Italiano

di Enrico Cisnetto - 12 gennaio 2013

Inutile girarci intorno: il Centro fatica maledettamente a decollare. In un inizio di campagna elettorale dominato dal ritorno di Berlusconi – che veste, da Zelig qual è, i panni del suo migliore travestimento: l’imbonitore in cerca di consenso – i riflettori accesi su Monti anziché significare benzina nel motore del nuovo soggetto “Scelta Civica” finora si sono tradotti in un deludente boomerang.
Tardivi i tempi, e non per ragioni organizzative, ma per le conseguenze politiche: un conto era partire a settembre, in anticipo sulle primarie del Pd e prima del ritorno di Berlusconi, altro è arrivare affannosamente dopo tutto questo ma soprattutto dopo un estenuante sfogliar la margherita (partecipo, non partecipo) del premier.
E sbagliati i modi: anziché dar vita ad un nuovo partito, si è scelta la strada del rassemblement centrista, un vestito (con qualche buco e un po’ di toppe) cucito troppo in fretta per essere attraente. Ma non per le ragioni suggerite da taluni: tre liste alla Camera, la presenza di uomini “stagionati”. No, il problema è un altro: non si è data l’idea della nascita di un nuovo soggetto politico capace di sbaragliare il vecchio bipolarismo, bensì di una scelta personale (quella del premier) con il contorno di altro. E senza nemmeno il vantaggio di aver rotto Pd e Pdl, vuoi perché il drenaggio è stato minimo, vuoi perché a quanto sembra – ma in queste condizioni era inevitabile – si fatica a inserire gli ex nelle liste.

Insomma, un brodo, non un omogenizzato. Il fatto è che non è scattato “l’effetto Kadima”, come ha acutamente osservato Stefano Menichini, cioè non si è realizzata quella convergenza sollecitata dalla responsabilità di fronte all’emergenza nazionale che nel 2005 scompaginò gli assetti consolidati (e logori) della politica israeliana. Almeno non per ora. È pensabile che succeda prima del 24-25 febbraio? C’è un solo modo: impegnarsi fin d’ora non solo a costituire un unico gruppo parlamentare sia alla Camera che al Senato, ma a dar vita ad un partito vero e proprio. Perché il tema non è tanto tenere unito il drappello di parlamentari che saranno eletti – cosa comunque non semplice, l’esperienza insegna – ma riuscire a farlo con tutti quelli che non lo saranno o, a maggior ragione, che non si sono neppure candidati. È una scelta che andava fatta prima, ma almeno che sia fatta ora. Lasciarla come eventuale opportunità per dopo le elezioni – vedremo poi se ce ne saranno le condizioni – significa essere sicuri che non accadrà. E poi farla ora, pur tardivamente, può dare quella spinta sul piano elettorale che l’incertezza sulle prospettive future di questa “cosa” troppo liquida per essere “solida” finora sembra negare.

Non mi aspetto che sia Monti a fare questo discorso: non gli appartiene. Ma Casini e Fini sì. Chiudete queste benedette liste, rendetevi conto che per quanto siano buone il meglio lo avrete comunque lasciato fuori, e mettetevi subito a lavorare – chiamando soprattutto i “non candidati” – a costruire il Pri, Partito Riformista Italiano, a vocazione liberaldemocratica e popolare. L’alternativa è sorbirci ancora il bipolarismo, costruito sullo scontro tra berlusconismo e anti-berlusconismo. Quello andato in scena a “casa Santoro”. A tutto danno dell’Italia, che rischia di passare dal declino al disastro.

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Società Aperta è un movimento d’opinione, nato dall’iniziativa di un gruppo di cittadini, provenienti da esperienze professionali e politiche differenti, animati dalla comune preoccupazione per il progressivo declino dell’Italia, già dal lontano 2003, quando il declino dell’economia, almeno a noi, già era evidente come realtà acquisita. L’intento iniziale era evitare che il declino diventasse strutturale, trasformandosi in decadenza. Oltre a diverse soluzioni economiche, Società Aperta, fin dalla sua costituzione, è stata convinta che l’unico modo per fermare il declino sarebbe stato cominciare a ragionare, senza pregiudizi e logiche di appartenenza, sulle cause profonde della crisi economica italiana e sulle possibili vie d’uscita. Non soluzioni di destra o di sinistra, ma semplici soluzioni. Invece, il nostro Paese è rimasto politicamente paralizzato su un bipolarismo armato e pregiudizievole, che ha contribuito alla paralisi totale del sistema. Fin dal 2003 aspiravamo il superamento della fallimentare Seconda Repubblica, per approdare alla Terza, le cui regole vanno scritte aggiornando i contenuti della Carta Costituzionale e riformulando un patto sociale che reimmagini, modernizzandola, la costituzione materiale del Paese. Questo quotidiano online nasce come spin-off di Società Aperta, con lo scopo di raccogliere riflessioni, analisi e commenti propedeutici al salto di qualità necessario