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Accontentarsi di questo sarebbe suicida

Noi non godiamo

Perché dovremmo accontentarci di una pacca di Trichet?

di Enrico Cisnetto - 09 settembre 2011

Chi si accontenta gode. E noi dovremmo godere perché ci accontentiamo di aver ricevuto una pacca sulla spalla da monsieur Trichet, che ci dice: a. avete pasticciato ma alla fine avete rimediato una manovra decente; b. però è tutta da applicare, e noi staremo col fucile puntato; c. comunque è solo un primo passo, ci vogliono misure strutturali; d. non vi diciamo se continuiamo a comprare i vostri titoli di Stato per calmierare la speculazione e ridurre lo spread, in tutti i casi sappiate che non è per sempre. Meglio di niente, si dirà, la Bce avrebbe anche potuto mandarci a quel paese, lasciandoci al nostro destino di incapaci e irresponsabili. Già. Anzi, il godimento raddoppia se pensiamo ai rischi che abbiamo corso: ci accontentiamo della manovra perché poteva essere ben peggio (non nel senso di più gravosa, ma di meno seria). Verissimo.

Tuttavia, per quanto mi sforzi, non riesco non dico a godere, ma neppure a sorridere. Dovrei “accontentarmi” perché l’ultima versione della manovra è meno peggio delle tante versioni precedenti? Ma non si può cancellare l’onta di un governo che, dopo aver negato che l’Italia potesse avere un problema di tipo greco, si trova costretto a procedere sotto i colpi della speculazione finanziaria e solo perché arriva una lettera da Francoforte e c’è una pressione (benemerita) del Capo dello Stato. E poi, però, mette in scena un inverecondo balletto intorno ad un decreto d’emergenza perché vi scarica dentro tutte le sue contraddizioni e divisioni, mostrandosi per settimane incapace perfino di mettere quella fiducia che per ben altre 48 volte (di cui almeno 40 inutilmente e impropriamente) aveva messo nel corso della legislatura.

No, non si può. Specie se con altrettanto sgomento hai osservato il comportamento di gran parte delle opposizioni, incapaci di andare al di là della protesta senza proposta, riassunta nello sciopero della Cgil. Dice: beh, alla fine la fiducia l’ha messa e i saldi della manovra sono stati rispettati, quindi sii contento. Piano, i saldi, come insegnano le tante entrate sovrastimate di questi anni – si pensi al caso del condono tombale del 2002 – e come dovrebbe sempre essere quando si parla di recupero di evasione fiscale, vanno conteggiati ex-post. E vedremo alla fine se i 54 miliardi, ammesso che tali siano a consuntivo, si riveleranno comunque sufficienti, visto che solo lo spread stabilmente sopra i 300 punti per gli oltre 100 miliardi di titoli in scadenza entro fine anno vale 2-3 miliardi di oneri passivi in più. Dovrei essere contento del fatto che i due terzi della manovra sono di maggiori entrate – ma se gli enti locali aumenteranno le tasse per compensare i tagli, si rischia che il loro peso superi l’80% del totale e che la pressione fiscale scavalchi la soglia del 45% – e che solo un terzo sia di tagli alla spesa, peraltro lineari e generici come quelli (il grosso) ai ministeri? E dovrei sentirmi rassicurato dal fatto che ben 20 miliardi deriveranno dal taglio delle agevolazioni fiscali inserito in una tuttora imprecisata riforma fiscale e assistenziale? No, non ci riesco, perché penso che gli interventi una-tantum il problema del deficit si ripresenterà e si dovrà ricominciare tutto daccapo. Né posso certo compiacermi del fatto che si tratta di provvedimenti esclusivamente di natura congiunturale, e che quindi non una riforma strutturale che una sia stata decisa.

E peraltro fin qui stiamo parlando di chi è di bocca buona, e prende per buono il fatto che si dovesse intervenire sul deficit. Figuriamoci che grado di soddisfazione può avere chi ha sempre detto che, invece, è sul debito, o meglio sul rapporto debito-pil, che bisognava mettere le mani. No, troppo sofisticato: avrebbe comportato una capacità di valutazione di come stanno le cose e una capacità di negoziazione in Europa che non ci sono, nel ceto politico (ovviamente) ma anche nella più vasta classe dirigente. Eppure il tema è proprio quello: ridurre il debito e aumentare il pil. Come? Nel primo caso con interventi hard sul patrimonio pubblico – io continuo a preferire l’opzione Guarino (tutto in una società da quotare in Borsa) ma anche quella Pomicino (100 immobili da vendere) va bene, e sono disposto persino a parlare di quella liberista (cessione dei campioni nazionali) pur di sbloccare la situazione – nel secondo con molte liberalizzazioni e con lo spostamento di grandi fette di spesa pubblica corrente a spesa per investimenti, industriali e infrastrutturali. Non decine, ma centinaia di miliardi, andandoli a prendere sostanzialmente da due fronti: quello previdenziale con l’aumento dell’età pensionabile a 69 anni (subito), la parificazione uomo-donna e la cancellazione delle quiescenza per anzianità); quello della semplificazione degli assetti del decentramento (7-8 regioni, via le province, riduzione a metà dei comuni) con relativo passaggio della sanità in capo allo Stato e la riduzione del numero dei dipendenti pubblici. Tutta un’altra manovra, lo so. M’accontento di sognarla. Ma non godo.

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