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Le insidie del testamento biologico

Noi della zona grigia

Non si può formulare una legge nei termini di un comandamento religioso

di Livio Ghersi - 20 febbraio 2009

Il 9 febbraio 2009, senza sapere che quello stesso giorno avrebbe avuto definitivamente termine la dolorosa vicenda di Eluana Englaro, scrissi un breve articolo, titolato "Pietas", in cui dichiaravo di condividere il punto di vista espresso da Angelo Panebianco nel Corriere della Sera. Come Panebianco, mi rifiutavo di militare in uno dei «due partiti» che in quelle ore si scontravano. Chiedevo umana comprensione degli aspetti privati di quella vicenda, quindi rispetto e silenzio.

A mente fredda, posso ora ritornare sull’argomento. Parto dalla questione preliminare: quali sono i «due partiti»? Il primo si rifà alla tradizionale dottrina morale della Chiesa Cattolica, secondo la quale la vita non è disponibile. Quello della indisponibilità della vita, per la Chiesa è principio assoluto, non negoziabile. Il secondo partito vede come sua componente più attiva i Radicali ed afferma la tesi esattamente antitetica: ogni essere umano deve essere libero di decidere della propria vita. Questa tesi ricomprende in sé la giustificazione dell’eutanasia, cioè la scelta di una uscita quanto più possibile rapida ed indolore, per sottrarsi alle devastazioni del corpo determinate da malattie terminali, e, soprattutto, per non trovarsi a dover subìre condizioni di perdita irreversibile di ciò che è parte integrante della personalità umana: la coscienza.

Proprio in quanto convinto sostenitore della laicità dello Stato, ritengo che nessuna delle due predette concezioni debba avere integrale affermazione nella legislazione. Lo Stato deve certamente preoccuparsi di fissare con proprie leggi dei criteri rigorosi quando si tratta, ad esempio, di autorizzare l’espianto di organi. Qualora, infatti, non vi fossero tali criteri rigorosi, ci sarebbe da temere un eccesso di fretta di espianto, a danno dei soggetti socialmente più deboli e meno protetti, magari per favorire persone ricche ed influenti in lista di attesa per il trapianto di organi. Sembra che questo rischio sia scongiurato dalle disposizioni di legge vigenti, come civiltà giuridica impone.

Invece, in materia di trattamenti sanitari, le leggi non possono contraddire quanto chiaramente affermato dall’articolo 32, ultimo comma, della Costituzione: «Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Secondo me, è una forzatura disporre per legge che le strutture sanitarie siano tenute a fornire comunque il trattamento di idratazione e nutrizione a malati che versino in stato vegetativo. Non si può formulare una legge nei termini di un comandamento religioso; in questa materia vale più che mai l’esigenza di distinguere caso per caso, ciascuno secondo la propria specificità. E’ esattamente quanto ha sostenuto Panebianco nel suo articolo "Quel silenzioso terzo partito": «occorrerebbe coltivare, nella riservatezza e nella discrezione, una zona grigia, protetta da una necessaria ipocrisia, nella quale le decisioni sul caso singolo (sempre diverso, almeno per qualche aspetto, da qualunque altro caso singolo) restano affidate alla sensibilità e alla pietas del medico che ha in cura il malato e ai sentimenti delle persone che lo amano».

Ad esempio, ha certamente rilevanza considerare l’età di chi si trova in condizioni di stato vegetativo (perché si presume che un fisico giovane e sano abbia potenzialmente maggiori probabilità di ripresa); così come ha certamente rilevanza considerare la durata della condizione di stato vegetativo. Dopo diciassette anni trascorsi senza alcun miglioramento, è evidente che non c’è più alcunché da sperare, sul piano razionale. Di conseguenza, il criterio di precauzione, da molti richiamato, dovrebbe comunque essere applicato indicando limiti temporali, oltre i quali si presume (con presunzione iuris et de iure) che continuare il trattamento di idratazione e nutrizione equivale ad accanimento terapeutico. Ciò significa che, se proprio si vuole legiferare in materia, le leggi approvate saranno tanto migliori quanto più consentiranno una certa elasticità e discrezionalità nell’applicazione.

Il «testamento biologico», di cui si parla come se fosse la soluzione, ha in sé molte insidie. La prima è quella di una regolamentazione burocratica. Evitiamo, per favore, di demandare ad un appuntato dei Carabinieri (con tutto il rispetto per l’Arma) il compito di valutare se si tratta di un documento con tutti i bolli ed i timbri collocati al posto giusto, e se non sia scaduto, come scadono le carte di identità di cui non si è proceduto tempestivamente al rinnovo.

Vengo ora alle lezioncine di moralità che ci sono state generosamente impartite dai Radicali (militanti e simpatizzanti); uso il plurale per intendere «noi della zona grigia», colpevoli di tradire la purezza dell’idea e la coerenza, per favorire «soluzioni all’italiana».

Si può essere onesti ed animati delle migliori intenzioni e prendere delle solenni cantonate. Si può essere puri e duri e fanatici. Si può essere intransigenti e settari. Si può essere tanto enfaticamente anticlericali da apparire (ed essere) altrettanto stupidi dei più stupidi fondamentalisti religiosi. I Radicali, come dice la parola stessa, sono estremisti. Sono permanentemente indignati. Permanentemente arrabbiati, quindi rabbiosi, in barba alla decantata tolleranza. Non riescono a comprendere che ci possono essere persone che, in buona fede, hanno convincimenti opposti ai loro e che sono pronti a difendere i propri ideali con almeno altrettanta determinazione di quanta ne hanno loro.

Chi conosca appena appena la storia del nostro Paese, sa cogliere una profonda differenza di cultura politica fra un liberale in senso proprio ed un radicale. Silvio Spaventa e Benedetto Croce erano originari dell’Abruzzo, come Marco Pannella, ma essere abruzzesi non significa avere le stesse idee, né lo stesso stile di comportamenti. Il fatto che oggi i due termini "liberale" e "radicale" siano da taluni usati come sinonimi e confusi tra loro, dimostra soltanto il crollo vertiginoso di consapevolezza teorica e di cultura storica da parte dei liberali italiani odierni. Ma di questo dirò meglio in altra sede.

Secondo i Radicali, sarebbe stato un merito trasformare una dolorosa vicenda privata in un caso pubblico. Tuttavia, è evidente che quando una questione diventa pubblica acquista immediatamente una valenza politica e si presta ad essere gestita politicamente. Se si manifesta nelle pubbliche piazze per affermare le ragioni dell’eutanasia, non ci si deve poi sorprendere se qualcuno, nel marciapiede di fronte, manifesti per affermare la sacralità della vita. Gridare che si vuole una "buona" legge sul testamento biologico non basta; perché poi la legge dovrà essere approvata dal Parlamento, così come è attualmente composto, con gli attuali rapporti di forza. I Radicali che presumono di essere abili nella tattica politica, da un po’ di tempo assommano sconfitte proprio su questo terreno.

Prendiamo la legge 19 febbraio 2004, n. 40, recante "Norme in materia di procreazione medicalmente assistita". Il timbro impresso sulla mia tessera elettorale attesta che il 12 giugno 2005 votai in occasione dei quattro referendum abrogativi sulla legge 40. Votai insieme a circa altri 12 milioni 720 mila italiani. Peccato che fummo soltanto il 25,9 % degli aventi diritto, cosicché quei referendum non furono validi.

Non ci sono soltanto le vittorie "storiche", come quella del 1974. Ci sono pure le sconfitte altrettanto "storiche", come appunto quella del 2005. Eppure oggi, come se nulla fosse avvenuto, si minaccia di usare ancora l’arma del referendum. A me sembra proprio un’arma spuntata. Tengo a ricordare che l’attuale Papa, Benedetto XVI, fu eletto il 19 aprile del 2005; quindi, tutta la campagna condotta dai Cattolici per affermare che «sulla vita non si vota» si sviluppò nella parte conclusiva del pontificato di Giovanni Paolo II. Ricordo prese di posizione pubbliche di Papa Giovanni Paolo II sui limiti della ricerca scientifica derivanti dal principio del rispetto della vita. Tale considerazione è importante per non assecondare una stupida campagna contro la persona di Papa Benedetto XVI.

Nei cui confronti nutro simpatia umana, comprensione per il suo difficile compito, e che, per quanto mi riguarda, stimo come uomo di cultura. Lo posso scrivere con la massima libertà proprio perché sono un osservatore esterno, che non si è mai genuflesso a baciare alcun anello. Alcuni sembrano pensare che la modernità richieda di fare professione di ateismo, o di iscriversi a qualche associazione per lo "sbattezzo" (una sorta di annullamento del sacramento del Battesimo).

Consentitemi di pensarla in modo diverso e di voler rispettare sinceramente il ruolo della Chiesa Cattolica nella società italiana, per quanto di buono ha fatto e fa (a partire dalle parrocchie nelle zone socialmente disagiate). Consentitemi di voler tenere aperta una ricerca spirituale che, già per il fatto stesso di sussistere, nega alla radice la professione di ateismo. Dopodiché, quando si hanno convincimenti forti, ci si può tranquillamente confrontare con i Cattolici e spiegare perché, ad esempio, non si può accettare la concezione propria della Chiesa secondo cui la vita non è disponibile, come principio assoluto. In conclusione, è meglio fare parte della zona grigia, che comportarsi impetuosamente come se si fosse privi di materia grigia.

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