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Primo giorno di scuola di Mario Draghi

Nodi politici nelle Considerazioni

Crescita, risanamento della finanza pubblica e condizioni strutturali dello sviluppo

di Enrico Cisnetto - 01 giugno 2006

Dobbiamo ritrovare la via (perduta) dello sviluppo. Mario Draghi, alla sua prima assemblea da Governatore di Bankitalia non parla declino, né tantomeno azzarda previsioni su una ripresa che non è ancora strutturale. Non indica responsabilità, e neppure esorta. Ma questo non significa che non ci sia nelle sue parole – più moderne, meno ampollose, prive di autoreferenzialità rispetto a quelle che usava il predecessore – il filo rosso di una progettualità per il sistema-paese che non è affatto azzardato definire riformista. Insomma, non ha il sapore del “manifesto” della modernizzazione dell’Italia, la relazione di Draghi, ma non ne tralascia alcun contenuto. Una classe politica cosciente del suo ruolo e della sua responsabilità, potrebbe (dovrebbe) farne tesoro.
Il primo “suggerimento” (sempre indiretto) di cui fare tesoro è un principio fondamentale: crescita e risanamento della finanza pubblica non sono cose distinte. Non c’è sviluppo (solido e duraturo) senza risanamento (strutturale), non c’è risanamento senza sviluppo. Qui l’indicazione è netta: una manovra da due punti di pil (circa 28 miliardi di euro) per riportare nel 2007 il rapporto deficit-pil sotto il tetto del 3%, cui si deve aggiungere un altro punto (arrivando a 42 miliardi complessivi) per scendere entro il 2009 all’1,5%, quota che consentirebbe di tornare all’accumulo di quell’avanzo primario (differenza tra entrate e uscite dello Stato al netto degli interessi pagati sul debito) che dal 1997 ad oggi è passato dal 6,6% del pil allo 0,4%. D’altra parte, questa va considerata come indicazione minima, se è vero quello che Draghi ci ricorda, e cioè che senza considerare le misure temporanee e le dismissioni il fabbisogno finanziario è oggi al 6% e che dunque con le tre prossime leggi Finanziarie il deficit da cancellare assomma a 4 punti e mezzo di pil, cioè a ben 63 miliardi di euro, 120 mila miliardi delle vecchie lire. Alla luce di queste cifre, si capisce perchè nei giorni scorsi il ministro dell’Economia abbia parlato di una condizione della finanza pubblica non dissimile da quella, disastrosa, dell’inizio degli anni Novanta. E non è difficile intuire che nel duo Padoa Schioppa-Draghi – che già si è palesato nell’evocativa scelta di una forma di consultazione istituzionale permanente di stile anglosassone – troveranno la barriera più forte e resistente tutti i tentativi di connotare in chiave massimalista e populista la politica del governo e le scelte del parlamento. I due terreni di battaglia li ha indicati lo stesso Draghi: contenere la spesa previdenziale, rivedendo l’effettiva età pensionabile, e abbassare i costi del federalismo.
L’altro caposaldo del Draghi-pensiero riguarda le condizioni strutturali dello sviluppo. La filiera non è nuova: competitività e produttività, le quali discendono da un costo e da un mercato del lavoro meno rigidi (che si ottengono premiando la produttività aziendale e tutelando il lavoratore anziché il posto di lavoro), da investimenti più massicci sul capitale umano e sulle nuove tecnologie (con più meritocrazia e concorrenza nel sistema scolastico e universitario), da un terziario meno condizionato da rendite monopolisitiche e dalla frantumazione ancora eccessiva del commercio al dettaglio, da un sistema giuridico e amministrativo più snello ed efficiente. Quanto alle imprese, nessuna richiesta di politica industriale al governo – e questo pare un limite – ma coraggiosa richiesta di assunzione di responsabilità rivolta agli imprenditori, ai quali il Governatore chiede – in sintonia con Montezemolo – di accrescere la dimensione delle loro aziende anche a scapito del controllo, e di rinunciare alle diverse forme di sostegno pubblico, aprendosi di più alla concorrenza. Rispetto al passato, invece, mi pare che Draghi abbia voluto sottolineare con maggiore evidenza un tema che tra l’altro è proprio della sua storia professionale: la crescita, quantitativa e qualitativa, del mercato dei capitali. Più Borsa e più investitori istituzionali, in particolare i fondi pensione, significa un capitalismo più agguerrito e aperto.
Rimane un interrogativo di fondo, che Draghi non si è posto pubblicamente ma che sappiamo ha ben presente: è in grado questo sistema politico-istituzionale di affrontare i nodi del trittico inscindibile sviluppo-risanamento-modernizzazione? Provate a indovinare la risposta.

Pubblicato sul Messaggero del Primo giugno 2006

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